Se il debito pubblico italiano preoccupa persino con i tassi a zero

Ecco perché con lo spread in forte calo e i tassi di mercato azzerati, il debito pubblico italiano continua a preoccupare sui mercati.

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Ecco perché con lo spread in forte calo e i tassi di mercato azzerati, il debito pubblico italiano continua a preoccupare sui mercati.

Nonostante la politica monetaria della BCE divenuta ancora più accomodante per il prossimo futuro, una nota odierna del Fondo Monetario Internazionale definisce l’Italia “vulnerabile”, con riferimento alle elevate esigenze di rifinanziamento del suo debito pubblico e agli Npl delle banche ancora nettamente superiori alla media europea. Lo spread BTp-Bund resta il secondo più alto nell’Eurozona dopo la Grecia, attestandosi a poco meno di 190 punti base sulla scadenza a 10 anni.

A titolo di confronto, lo spread spagnolo si aggira intorno ai 70 punti, quello portoghese a poco più. L’eccezionalità dell’Italia, dunque, resta intatta e le preoccupazioni per lo stato di salute della nostra economia non vengono meno, sebbene la forte discesa dei rendimenti e il restringimento dello spread siano segnali di minori tensioni sul debito sovrano tricolore.

I tassi sul debito pubblico crollano e ci espongono alla speculazione internazionale

Per capire il perché di questa crisi di fiducia perenne tra gli investitori, dobbiamo capire, anzitutto, cosa sia il debito. Esso è un eccesso di spesa pubblica rispetto alle entrate, mentre nel caso delle famiglie denota un eccesso di consumi rispetto al reddito. Il debito in sé non è né buono, né cattivo. Non è detto, infatti, che entrate e spesa debbano necessariamente camminare di pari passo in ogni momento. Supponendo che serva costruire una strada, una diga o un ponte e che le risorse correnti non siano sufficienti, lo stato può optare per chiedere i denari al mercato, garantendo la restituzione in futuro a un dato costo.

Sappiamo anche che uno stato, contrariamente a quanto accade per una famiglia e quasi sempre a un’impresa, può rinnovare indefinitamente il debito. Tuttavia, questo non significa che possa anche accumularne all’infinito, in quanto ha un costo, espresso dagli interessi. La spesa per interessi assorbe risorse crescenti con l’aumento del debito e l’Italia sborsa, ad esempio, ogni anno più per questa voce che per la scuola. Quando dovremmo iniziare a preoccuparsi per la sostenibilità del debito pubblico? In breve, quando gli interessi incidono in misura crescente sul pil con il passare degli anni.

Essi sottraggono risorse ai contribuenti, che potrebbero essere destinate o a voci di spesa più produttive e/o all’abbassamento delle tasse. In un certo senso, frenano la crescita economica.

Il fattore crescita per un debito sostenibile

Ora, la crescita si mostra essenziale per rendere un debito sostenibile. Se incasso 100 e spendo 110, m’indebito per 10, attendendomi di ripagare questo “rosso” contabile con risorse attinte in futuro anche solo parzialmente grazie alla crescita dell’economia e, quindi, delle entrate fiscali. Guardiamo all’Italia di oggi: l’ultimo Rendistato pubblicato dalla Banca d’Italia ci dice che sul mercato secondario il rendimento medio ponderato dei titoli di stato, cioè il costo attuale del nostro debito pubblico, fosse a giugno dell’1,67%. Se ipotizzassimo, non senza eccedere nell’ottimismo, che questo sarà il costo di lungo termine dello stock, a rapporto debito/pil invariato, pagheremmo a regime circa il 2,2% del pil per gli interessi, circa l’1,3% in meno di oggi.

Il fatto è che il rapporto debito/pil, già sopra il 132%, sarebbe destinato a salire anche con questi tassi di mercato praticamente azzerati, a causa della bassissima crescita del pil nominale. L’inflazione acquisita nel primo semestre è stata dello 0,7% e il pil reale è atteso per quest’anno in aumento di appena lo 0,1%, salvo sorprese. In definitiva, gli interessi restano circa il doppio della crescita del pil, cioè le risorse con cui ripagare il debito continuano a crescere a un ritmo dimezzato rispetto al costo del debito stesso.

Il debito pubblico italiano aggrava le disuguaglianze tra famiglie

La cattiva qualità della spesa pubblica italiana

Il punto è che queste condizioni appaiono le migliori possibili sul fronte sia degli interessi che della crescita economica, perché mai come in questa fase i governi europei stanno potendo rifinanziarsi sui mercati a costi così infimi, persino negativi per scadenze medio-lunghe. E ci offrono un aiuto anche il petrolio e il cambio debole, per cui ci si chiede in giro tra gli investitori cosa accadrà all’Italia, quando i tassi saliranno, l’euro si rafforzerà e il petrolio dovesse aumentare di prezzo.

Il costo del debito salirebbe e la sua economia frenerebbe ancora di più.

Infine, un’annotazione quali-quantitativa: se m’indebito per fare studiare i miei figli è un conto, se lo faccio per comprare l’ultimo modello di smartphone è un altro. Nel primo caso, sto investendo sul futuro della mia famiglia, nel secondo su una spesa del tutto rinunciabile e che non mi aiuterà a guadagnare di più. Lo stesso vale per uno stato: indebitarsi per gli investimenti può spronare la crescita e nei fatti rendere il debito stesso più sostenibile; spendere oltre il dovuto per mantenere una pletora di dipendenti pubblici inutili o per garantire assistenza impatta sui conti pubblici, senza migliorare il futuro dell’economia.

E l’Italia ha un problema di qualità più che di quantità della spesa pubblica. Investiamo troppo poco nelle infrastrutture che – ahi noi! – cadono a pezzi spesso letteralmente e spendiamo troppo per pensioni e dipendenti pubblici. E i capitali difficilmente sono contenti di mantenere un simile stato delle cose, perché non vi intravedono un impiego efficiente delle risorse.

Debito pubblico italiano e vincolo esterno: l’unica verità di Savona sull’euro

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