Se all’America la crisi (degli altri) conviene, ecco come la sfrutta a proprio favore

La crisi turca non è l'unico focolaio di tensione nel mondo in questa fase. All'America di Trump giova, visto che i rendimenti già al 3% ne minacciano la solida crescita dell'economia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi turca non è l'unico focolaio di tensione nel mondo in questa fase. All'America di Trump giova, visto che i rendimenti già al 3% ne minacciano la solida crescita dell'economia.

Il super dollaro è tornato, se mai se ne fosse andato. Oggi, il biglietto verde scambia mediamente ai massimi da 14 mesi contro le altre principali valute, guadagnando il 5% quest’anno. E il Treasury a 10 anni rende il 2,86%, il livello più basso da un mese a questa parte, mentre il biennale si attesta al 2,61%. Lo spread 10/2 anni continua a stagnare ai minimi dal luglio 2007, segnalando il rischio di una prossima inversione della curva delle scadenze, la quale tipicamente anticipa una recessione dell’economia americana. L’ultima volta che è avvenuto, infatti, il pil negli USA iniziò ad arretrare dopo poco più di un anno.

Che cosa sta succedendo di preciso sui mercati finanziari in questi giorni? Come quasi da maledizione, agosto si rivela mese caldo per gli attacchi speculativi. A finire nel mirino degli investitori c’è quest’anno la lira turca, che paga tutte le inefficienze della politica economica del “sultano” Erdogan e l’allontanamento di Ankara dalla sfera di influenza dell’Occidente. Il crollo del cambio ha alimentato la fuga degli investitori verso gli asset percepiti come più sicuri. Il Bund a 10 anni è sceso dallo 0,40% allo 0,32% e anche il decennale americano si è allontanato dal 3%, mentre il franco svizzero mette a segno il 3% contro l’euro in un mese e i bond elvetici a 10 anni in un paio di settimane sono passati dallo 0,04% al -0,10%. Stabile l’oro, che non supera la soglia dei 1.215 dollari l’oncia, segno che il mercato per ora ritiene che le alternative agli asset più a rischio si abbiano nell’ambito finanziario.

Lira turca ancora giù, guerra tra Erdogan e mercati

Questo trend fa bene paradossalmente all’economia americana, che nel secondo trimestre di quest’anno, stando alle stime preliminari del Dipartimento del Commercio, è cresciuta del 4,1% su base annua e il cui tasso di disoccupazione a luglio è tornato sotto il 4%, ai livelli più bassi da inizio Millennio. Di questo passo, la Federal Reserve non potrebbe che aumentare i tassi a ritmi sostenuti, scontando un’inflazione già da mesi sopra il target del 2%, ma rischiando di adottare una stretta relativamente eccessiva per gli USA, considerando che i tassi sono tenuti azzerati o sottozero in tutte le altre principali economie mondiali, quando già oggi quelli di riferimento americani sono stati portati al 2%.

Gli obiettivi di Trump

Per il governatore Jerome Powell, la crescita resta solida in America, per cui se ne deduce che un eventuale rallentamento o persino la caduta nella recessione avverrebbero probabilmente per via di turbolenze esterne, considerando che nemmeno sul fronte della crescita dei salari orari si registri una tale accelerazione da far temere tensioni inflazionistiche. Stando così le cose, il materializzarsi del rischio esterno dovrebbe spingere la Fed a una maggiore prudenza nei prossimi mesi. Entro la fine dell’anno, il mercato continua a scontare altri due rialzi dei tassi, ma a quel punto l’attenzione si sposterebbe all’anno prossimo. Si consideri che per i dati di CME Group, in tutti i primi 9 mesi del 2019 è atteso un solo rialzo dei tassi e persino per un soffio. Basterebbe poco per spingere gli investitori a scontare una politica monetaria sostanzialmente invariata, in pausa dopo le prossime due strette nell’aria, cosa che finirebbe per indebolire il dollaro, ma anche per sostenere il mercato azionario a stelle e strisce e per ridurre i rendimenti dei Treasuries, con una curva delle scadenze più ripida.

A Trump interessa proprio questo, ovvero indebolire il dollaro per spronare le esportazioni e creare le condizioni per una politica monetaria meno restrittiva. Le due cose non stanno assieme alla lunga: un dollaro più debole rinvigorisce l’inflazione e spinge in rialzo tassi Fed e rendimenti sovrani, tranne che le turbolenze in diverse economie emergenti (e non) dipingano un quadro fosco, tale da indurre l’istituto centrale alla prudenza e i mercati a puntare sui bond per mettersi al riparo dai rischi. Resta da vedere se sul dollaro prevarrà l’effetto depressivo dei tassi più bassi rispetto alle attese attuali o quello tonificante degli acquisti di Treasuries a scopo protettivo. Se la BCE manterrà la parola e inizierà ad alzare i tassi nella seconda parte dell’anno prossimo, le distanze in politica monetaria tra le prime due economie del pianeta si ridurranno e il cambio euro-dollaro si rafforzerà, cosa che farebbe molto piacere alla Casa Bianca, che punta a minimizzare i rialzi dei tassi USA da qui a quando Francoforte non avvierà la sua stretta.

In pratica, vicende come quella della crisi turca agiscono da freno per Powell. Il resto lo farebbero le tensioni con l’Iran, il cui accordo sul nucleare è stato appena stracciato dall’amministrazione Trump. Per non parlare proprio dei dazi imposti e minacciati dal presidente americano, che contribuiscono ad alimentare incertezze globali non meno serie di quelle politiche nell’Eurozona. Non che le crisi siano scatenate da Washington o che l’obiettivo del governo americano sia di appiccare incendi finanziari in questa o quella economia, ma certo che all’America le turbolenze fanno bene, perché quando le cose si mettono male nel mondo, è lì che gli investitori portano i loro capitali. E solo quest’anno, il deficit federale negli USA sfiorerà i 1.000 miliardi per finanziare, tra l’altro, la riforma fiscale. Rendimenti al 4-5% non sarebbero ben accetti, perché finirebbero per provocare un effetto recessivo sull’economia americana, tagliando particolarmente gli acquisti di beni durevoli, gli investimenti e alimentando il disavanzo federale. Contenerli al 3% o anche sotto giova a imprese, famiglie e governo.

Tasse legate all’inflazione, Trump apre la via alla giustizia fiscale

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA