Scontro Draghi-Bce-Bundesbank: ma c’è un vincitore?

Cosa resta dopo il (non annuncio) di ieri della Bce? Certamente i tedeschisono isolati, ma la BCE è stata costretta a rinviare le misure pro-euro

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cosa resta dopo il (non annuncio) di ieri della Bce? Certamente i tedeschisono  isolati, ma la BCE è stata costretta a rinviare le misure pro-euro

I mercati stanno virando in positivo stamane, dopo essere sprofondati nella disperazione ieri, con Piazza Affari a chiudere a -4,64% e con lo spread giunto a 511 punti base, quando un minuto prima della conferenza stampa del governatore Mario Draghi, esso si attestava in zona 433 bp. Cosa è successo ieri pomeriggio e come sta cambiando il mood dei mercati? (Draghi sceglie di non scegliere. Piazza Affari a picco) E’ accaduto che quel famoso “whatever it takes” (“tutto ciò che serve”), pronunciato da Draghi lo scorso 26 luglio, a proposito della protezione dell’euro da parte della BCE, aveva suscitato speranze e attese eccessive, quasi che l’Eurozona fosse improvvisamente stata folgorata sulla via di Damasco. Puntualmente, ieri, la conferenza mensile del governatore ha tradito la gran parte dei sentimenti degli investitori. Ci si attendeva un taglio dei tassi dallo 0,75% allo 0,50%. Niente da fare. Se ne dovrebbe riparlare a settembre. In realtà il rinvio era nell’aria, ma non per questo è stato meno deludente (Tassi Bce restano fermi, attesa per discorso di Draghi). Tuttavia, a ben vedere, il board di Francoforte ha fatto bene a non tagliare i tassi ora, perché l’inflazione è sì in calo, ma resta pur sempre sopra il limite del 2% annuo, obiettivo fissato per Statuto dalla banca centrale. E con una crisi che morde, il rischio sarebbe di tornare alla stagflazione degli anni Settanta, quando accanto alla recessione si accostava un livello dei prezzi eccessivamente crescente.  

Discordo Draghi: lo scudo anti spread si carica a mano

Ma i tassi erano forse l’ultima preoccupazione dei mercati, i quali puntavano sul cosiddetto “bazooka” di Draghi, ossia su quell’insieme deciso di misure forti, volte a risolvere una volta per tutte la crisi dei debiti sovrani. Su questo punto, il governatore non ha smentito le sue parole del 26 luglio, ma ha rimandato gli interventi alle prossime settimane, non senza preannunciare alcune misure disponibili. Anzitutto, la BCE dovrebbe intervenire solo sul mercato secondario dei titoli a breve termine, mentre i fondi Efsf/Esm potranno in un futuro prossimo (forse) acquistare titoli a medio-lungo termine. Sempre che il meccanismo anti-spread venga richiesto da qualche stato e sempre che questi sia disposto a sottoscrivere un memorandum d’intesa, com’è avvenuto con Paesi come Portogallo, Irlanda e Grecia, ossia quelli soggetti al piano di aiuti europei. Per essere franchi, quell’automatismo di cui parlava il premier Mario Monti, uscendo dal famoso vertice dell’Eurogruppo del 28 giugno, non esiste. Di automatico non c’è nulla. Chi vuole essere aiutato, dovrà alzare la mano e chiedere esplicitamente aiuto, accettando le condizioni imposte da Francoforte.  

Acquisto bond Bce e quantitative easing all’europea

Per questo, i mercati ieri erano più che delusi e non si sono nemmeno soffermati sul fatto che certe misure sembra che saranno comunque intraprese nelle prossime settimane, con la BCE che potrebbe non solo tornare agli acquisti di bond a breve, ma, addirittura, potrebbe anche evitare di sterilizzare gli importi, ad accrescimento della massa monetaria in circolazione. E’ una versione in piccolo del cosiddetto “quantitative easing”, ossia delle misure monetarie espansive americane, intraprese dall’accoppiata non entusiasmante Bernanke-Obama.  

Lo strappo tra Draghi e Weidmann

Il perché di un certo freno sui tempi è presto detto. Ieri, al consiglio direttivo di Francoforte, si è consumato uno strappo molto duro tra Draghi e il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, con quest’ultimo che ha accusato il primo di violare le regole dello Statuto. La Buba era stata esplicita qualche giorno fa: “non siamo una banca centrale qualunque; il nostro parere deve contare più degli altri”. Un fare spocchioso, quello di Weidmann, il quale tradisce forse il timore di un isolamento nell’Eurozona. E ieri qualche trader ha fatto notare come i mercati avrebbero dovuto più che altro apprezzare l’evidenza che, aldilà dello scontro in atto, quando si vota la Bundesbank è isolata e conta solamente per una testa su 23. Il dato clamoroso è che ieri non è stata sostenuta da alcun altro membro della BCE. Le dichiarazioni d’intenti di Draghi hanno visto solo l’astensione di Weidmann, mentre il collega tedesco Joerg Asmussen ha votato a favore. E lo stesso hanno fatto i rappresentanti olandesi, di Finlandia e Lussemburgo. Un brutto segnale, se si pensa che nel recente passato, le misure in favore di BTp e Bonos avevano visto la formazione di una coalizione filo-germanica, allora abbastanza folta e tale da impedire alcun ulteriore sforzo della banca centrale. Di più. Il solo fatto che Draghi si sia tolto il sassolino dalla scarpa, affermando che in consiglio si vota per preparazione personale e non in rappresentanza di istituti o nazioni, è stata la conferma che nello scontro con il giovane governatore tedesco ora si senta più forte, con le spalle coperte dal resto del board.  

Fratture anche a Berlino?

Dunque, Draghi ha vinto e la Bundesbank ha perso? Non esattamente. Weidmann ha commesso, forse, l’errore di lanciarsi in vere e proprie intimidazioni verso il governo tedesco, che egli teme possa accettare il nuovo corso di Francoforte. Qualche giorno prima, infatti, il cancelliere Angela Merkel aveva appoggiato le dichiarazioni di Draghi, affermando di essere favorevole che la BCE intervenga a tutto campo per salvaguardare la moneta unica. L’isolamento momentaneo della Bundesbank potrebbe essere dettato proprio dallo scollamento con la linea ufficiale di Berlino, la quale, tuttavia, non è affatto granitica. Le invettive di Weidmann e il suo richiamo al rispetto dei limiti operativi imposti dallo Statuto hanno avuto l’effetto di dare manforte ai “falchi” del governo tedesco e della maggioranza che lo sostiene. Parliamo del vice-cancelliere Philip Roesler, che è anche ministro dell’Economia e segretario dei liberali della FDP, il quale si è detto convinto che la BCE non possa monetizzare i debiti sovrani. Oltre ai liberali, anche i deputati della CSU bavarese, partito gemello della CDU, hanno alzato la voce e tra le file della stessa CDU si sono registrati diversi malumori. Questi sentimenti non resteranno scoperti, ma potrebbero trovare una loro vittoria o almeno incidenza nel probabile voto che il Bundestag dovrebbe accordare sulla partecipazione all’Efsf e ai suoi nuovi criteri di intervento, come sentenziato dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe. Sebbene i sì dovrebbero essere scontati, dato l’appoggio dell’opposizione della SPD, la maggioranza non potrebbe presentarsi al voto un pò all’italiana. Pertanto, è probabile che i “falchi” otterranno qualche concessione, che avrà riflessi sul funzionamento del meccanismo anti-spread. Non dimentichiamo, poi, che lo stesso Esm è appeso alla sentenza di Karlsruhe, affatto scontata. Un irrigidimento delle posizioni tedesche potrebbe portare da qui al mese prossimo i giudici a decidere in senso restrittivo, se non a dichiararne l’incostituzionalità, lasciando Draghi con un fucile ad acqua, più che con il famigerato bazooka (Germania e ESM: la Corte Costituzionale rimanda tutto al 2 settembre).  

I giornali nascondono il fallimento del tour di Monti

Che la situazione non stia volgendo verso il meglio lo dimostra il semi-fallimentare tour europeo di Monti, il quale ha incassato un pugno in faccia dal collega finlandese Jyrki Katainen, che chiede che gli aiuti concessi eventualmente a Italia e Spagna, tramite acquisti di bond, siano coperti da garanzie patrimoniali degli stati. In sostanza, Helsinki chiede che l’Italia e la Spagna cedano in garanzia immobili, magari qualche isola, la medesima richiesta avanzata (e bocciata) verso Atene. Ieri, il premier italiano si è lanciato in una dichiarazione un pò patetica, per cui lo spread alto non è fonte di buone politiche fiscali, ma al contrario potrebbero portare a politiche meno rigorose e all’arrivo al governo di partiti e uomini anti-europeisti e poco inclini alla disciplina di bilancio. Insomma, una richiesta di aiuto, che suonava più o meno così: aiutatemi o arriva il lupo! Salvo smentire quanto aveva dichiarato il giorno prima, ossia che l’Italia possa chiedere aiuto. Le resistenze tedesche non sono state vinte e malgrado la Germania sia più isolata che mai, ancora tutte le decisioni fondamentali sugli aiuti passano per Berlino. E’ per questo che Draghi ha dovuto rinviare l’attuazione delle misure. Per questo, poi, si è tenuto vago, annunciando non tanto interventi specifici, ma uno spettro di possibilità, in modo da tenersi le mani libere ed eventualmente sorprendere i mercati positivamente. Di certo, però, non si può negare che oggi si discuta sulla stampa di interventi impensabili fino a poche settimane fa. Ad esempio, si vocifera dell’intenzione del governatore di fissare un tetto massimo di rendimento sui bond in crisi, cosa esclusa con il precedente programma del Securities Market Programm, che semmai fissava come riferimento massimo non dichiarato lo spread, un indice differenziale, appunto. Ma ancora una volta la questione gira tutta intorno alle risorse: per salvare la sola Spagna servirebbero 300 miliardi; per l’Italia ce ne vorrebbero il doppio. In totale: 900 miliardi. I fondi Efsf/Esm ne hanno in tutto 650 miliardi, tolti i 100 per le banche spagnole. E la Germania rappresenta il 27% degli aiuti complessivi, cioè qualcosa come 175 miliardi circa. Ecco, che capiamo tutti che con questi meccanismi non si può litigare troppo con i tedeschi, salvo restare privi di risorse necessarie a varare gli interventi.  

Una nuova asta Ltro

Non ultima resta l’incognita di una nuova asta Ltro, che sarebbe la terza, dopo quelle di fine dicembre 2011 e fine febbraio 2012. In totale sono stati pompati liquidi per oltre mille miliardi alle banche, di cui circa 250 miliardi sono andati agli istituti italiani e tutti al tasso dell’1%. Il rischio di una nuova asta è di aggravare il rapporto tra debiti sovrani e banche, anziché allentarlo. E senza che l’economia reale o gli stessi spread ne abbiano beneficiato, se non temporaneamente solo questi ultimi, destando la falsa speranza di un ritorno alla fiducia sui mercati. Suona come l’ennesimo allarme a vuoto quello del direttore generale del Fondo Monetario, Christine Lagarde, la quale ha tuonato contro l’incapacità dell’Eurozona di evitare il contagio della crisi, pur senza risparmiare critiche agli stessi USA, per via della disciplina fiscale carente. Tutto il mondo è consapevole che le nostre buone intenzioni non servono e che i meccanismi pletorici delle nostre istituzioni richiedono tempi non compatibili con le attese dei mercati. La delusione di ieri, seguita alle parole di Draghi, è stata eccessiva, ma non sarà soppiantata non un Leitmotiv positivo nel lungo periodo, se non arriveranno a brevissimo misure concrete e non impegni autorevoli. Quanto all’Italia, le dichiarazioni di Draghi sulla condizionalità degli aiuti lasciano intravedere un nuovo commissariamento di fatto della politica italiana, chiamata a mantenere inalterata la politica fiscale, quale che sia il vincitore alle prossime elezioni politiche. D’altronde, l’attenzione dei mercati si è concentrata eccessivamente su di noi e gli spagnoli, quasi fossimo la causa dei mali del mondo. Ieri, i rendimenti quinquennali irlandesi sul secondario si attestavano al 5%, contro il nostro 5,57%. In sostanza, Roma sarebbe avvertita più rischiosa di Dublino, quando è quest’ultima ad essere ancora soggetta a un piano di aiuti, non essendo ad oggi completamente tornata sul mercato primario. Se questo è il risultato dei tecnici, allora hanno fallito come i loro predecessori politici.  

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Argomenti: Crisi Euro