Scissione PD fallita, mancano i numeri e nuovo gruppo diviso su Gentiloni

Scissione del PD da barzelletta. In quattro gatti lasciano Matteo Renzi e altrettanti potrebbero votarli. E la sinistra italiana ha mollato il PD non sulle politiche, bensì su questioni di poltrone.

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Scissione del PD da barzelletta. In quattro gatti lasciano Matteo Renzi e altrettanti potrebbero votarli. E la sinistra italiana ha mollato il PD non sulle politiche, bensì su questioni di poltrone.

Dire che la scissione del PD sia diventata quasi una barzelletta è quasi dare dignità a una vicenda politica, che lascia attoniti per i modi in cui si sta consumando. Partiamo dal governatore pugliese, Michele Emiliano, che da settimane bombardava il segretario ed ex premier Matteo Renzi con dichiarazioni belliche, in cui evidenziava la sua intenzione di non restare in un partito dominato dalla sua figura.

Ebbene, all’atto della conta si è sfilato dagli “scissionisti”, annunciando non solo di rimanere nel PD, ma di correre persino per la poltrona di segretario. A lasciare la “ditta”, come la chiama con affetto per anni l’ex segretario Pierluigi Bersani, dovrebbero essere in pochi. Si parla di 19 alla Camera e di una dozzina al Senato. Grazie agli arrivi di 17 deputati di Sinistra Italiana, ex Sel, i fuoriusciti potrebbero fare comunella con i vendoliani e arrivare a quota 36-37, ma rischiando di restare al di sotto della soglia minima dei 40 deputati per formare un gruppo autonomo.

Il fallimento è già d’immagine. A staccarsi dallo strapotere dei renziani doveva essere l’ala sinistra del PD, quella che un tempo faceva riferimento all’ex PCI-PDS-DS, ma in pochi hanno deciso di seguire Bersani e D’Alema, che risultano al momento essere gli unici grandi big ad avere fatto i bagagli. (Leggi anche: Scissione PD e crisi governo, Renzi rottama l’Italia)

Nuovo movimento diviso su sostegno al governo Gentiloni

Vero, a raggiungerli nel nuovo soggetto politico di sinistra saranno anche l’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, così come anche il governatore toscano Enrico Rossi, mentre un altro ex governatore, quello dell’Emilia-Romagna, Vasco Errani, ci starebbe pensando e i rumors lo darebbero già fuori dal PD.

Il rischio per gli scissionisti è di mostrarsi deboli e incoerenti fino alle prossime elezioni politiche. Per quanto il nuovo movimento di sinistra sarà al suo interno ideologicamente più omogeneo, registra già una spaccatura tra chi, come il gruppo facente a Nichi Vendola, intende restare all’opposizione del governo Gentiloni, e chi, come gli scissionisti dell’ultima ora, vorrebbe sostenerlo, non fosse altro per avere il tempo necessario per prepararsi al voto.

Un’incoerenza, visto che l’attuale esecutivo non sarebbe altro che la fotocopia del precedente tanto contestato a sinistra. (Leggi anche: Scissione PD, ingovernabilità sempre più probabile)

Scissione del PD sembra per questioni di poltrone

Che figura ci farebbe il nuovo soggetto politico dinnanzi agli italiani, se non riuscisse né a crearsi un gruppo autonomo almeno alla Camera, né a mostrarsi unito rispetto all’indirizzo da mantenere verso il governo? Per quante ragioni possano vantare, le modalità dell’addio al PD appaiono tragicomiche. E pesa sulla sinistra italiana l’avere preso le distanze da Renzi non su provvedimenti sensibili del suo governo, come il Jobs Act, bensì sulla certezza per i suoi membri di essere ricandidati in posizioni certe nelle liste per le prossime politiche.

Insomma, i vari Bersani-D’Alema-Speranza hanno mollato Renzi per una questione di squallide poltrone; almeno questa sembrerà essere la vera motivazione agli occhi della base. Le percentuali assegnate dai sondaggi non sembrano nemmeno entusiasmanti. I voti da cui ripartire varrebbero il 5-6%, un terzo di quanto prendevano i DS nel 2006, l’ultima volta che si presentarono alle politiche da partito autonomo. Serve ricostruire una credibilità perduta, ma se il buongiorno si vede dal mattino, la nuova ditta non pare destinata a maturare grandi utili. (Leggi anche: Perché la minoranza dem ha torto)

 

 

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