Sciopero generale: manifestare nel Paese coi salari tra i più bassi d’Europa, più che un diritto una necessità

Se non è giusto scioperare ora, allora quando?

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Sciopero Generale, Maurizio Landini

E l’Italia si prepara ad affrontare lo sciopero generale indetto dai sindacati CGIL e UIL contro la legge di bilancio del governo Draghi e soprattutto contro una visione miope del “rilancio” che pensa ad accontentare i più forti e continua a penalizzare il vero motore del Paese, impiegati e pensionati, quelli che portano a casa uno stipendio medio di 20.000, euro l’anno.

Sciopero generale, Landini: “Questo è un governo che non ci meritiamo”

“Questo è un governo che non ci meritiamo”. Ad affermarlo è stato nel pomeriggio di ieri ospite al programma di Lucia Annunziata Mezz’ora il segretario generale della CGIL Maurizio Landini dopo aver raccontato come il premier Draghi si fosse dimostrato aperto ad una revisione sui tagli delle tasse in manovra che a conti fatti vedono le maggiori agevolazioni a chi porta a casa oltre 75mila euro l’anno, proposta che il Governo a rispedito al mittente senza troppi ma e troppi se. “Non dico che Draghi è bravo e gli altri no ma lui ha avuto almeno l’umiltà di ascoltarci” se non sulla riforma del fisco almeno sul contributo “sopra i 75mila euro”, ha detto Landini confermando lo sciopero generale e chiudendo a qualsiasi forma di palliativo “promessucola” dell’ultimo minuto giusto in tempo per scongiurarlo.

Italia, il Paese dove gli stipendi non crescono

Dal primo momento in cui è stato annunciato ovviamente l’opinione pubblica si è divisa tra chi appoggia lo sciopero e chi no, tuttavia le ragioni del no sembrano difficili da digerire a quella grande fetta dell’Italia che sta facendo ancora i conti con lockdown, restrizioni, rincari in arrivo sui beni di prima necessità come sulle bollette.

Ricordiamo che secondo la recente rilevazione fatta da Openpolis nei paesi baltici quali Estonia, Lettonia e Lituania il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi 25 anni, in alcuni paesi dell’Europa centrale come Ungheria e Slovacchia è raddoppiato, mentre l’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari sono diminuiti rispetto al 1990. Se a questo si somma il carico fiscale e il costo della vita in ascesa forse chiedersi se dare voce a chi la crisi la vive sulla propria pelle non è solo un diritto costituzionale ma una necessità. Capitolo a parte poi meriterebbe il discorso “giovani” i quali aggrappati a contratti discontinui e precari (oltre l’85% dei contratti registrati quest’anno sono precari, come ricorda lo stesso Landini, alla faccia di Next Generation Ue) stando così le cose potrebbero vedere, se sono fortunati, la pensione a 71 anni suonati. Se non è giusto fare sentire la voce del Paese ora, allora quando?

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