Stop ai tassi zero e alla flessibilità sul debito dalla Germania

Il ministro tedesco attacca le politiche dei tassi zero e del deficit spending, trovando conferma nei dati sulla loro inefficacia per stimolare la crescita.

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Il ministro tedesco attacca le politiche dei tassi zero e del deficit spending, trovando conferma nei dati sulla loro inefficacia per stimolare la crescita.

In questi giorni, Lima si è trasformata da capitale del solo Perù a quella dell’intero establishment economico e finanziario del pianeta. Lì si tiene quest’anno l’incontro annuale dell’FMI, che da 2 giorni ci bombarda di analisi, consigli e dati su tutte le economie del pianeta e sul trend globale. Lì è presente anche il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, figura di punta nella gestione della crisi dell’Eurozona di questi anni. Noto per il suo linguaggio asciutto e diretto, Schaeuble ha espresso soddisfazione per la crescita positiva del pil da 9 trimestri consecutivi nell’unione monetaria e per il fatto che la disoccupazione sia in calo dalla metà del 2013, spiegando come le azioni di consolidamento fiscale adottate negli ultimi anni stiano iniziando a mostrare i loro frutti e come le riforme abbiano inciso positivamente sul costo del lavoro e sul saldo delle partite correnti, quest’ultimo in via di miglioramento. Ma ha colto l’occasione per tirare le orecchie ai fautori di politiche monetarie e fiscali espansive, chiarendo come stiano mostrando i loro limiti, dato che il loro impatto appare meno potente delle previsioni. E nota come i paesi con un alto livello di debito pubblico e di deficit stiano facendo maggiore fatica a riprendersi. Le critiche rinnovate da Scheuble ai bassi tassi e alle politiche di deficit spending per sostenere la crescita cadono in una fase, nella quale diversi analisti chiedono il varo di nuovi stimoli monetari, data la chiara insufficienza di quelli già attuati nel raggiungere gli obiettivi.

L’impazienza dinnanzi ai risultati, che tardano ad arrivare, sarebbero per Schaeuble e per i critici della BCE la conferma che all’economia non servono dosi ancora maggiori di liquidità per uscire dalla crisi, bensì le riforme per rilanciare la competitività nel contesto globale. Negli USA come nell’Eurozona, il fallimento delle banche centrali nell’assicurare un ritorno solido alla crescita, nonostante anni di misure straordinarie, suona come una sentenza contraria al varo dei nuovi stimoli. Il “quantitative easing” della BCE ha ristretto notevolmente gli spread e abbassato i rendimenti sovrani, ma l’inflazione resta inchiodata intorno allo zero.
Le deroghe ai target fiscali, concessi generosamente a paesi come Francia, Spagna e Italia non sembrano avere avuto un impatto positivo sulla crescita, ad eccezione della Spagna, la cui economia si espande quest’anno del 3%, ma grazie proprio al rilancio delle esportazioni, frutto della ritrovata competitività. Le parole di Schaeuble potrebbero essere interpretate quale un implicito diniego a nuove richieste di flessibilità da parte di Roma. E proprio dal governatore della BCE, Mario Draghi, sempre da Lima, arriva un apparente stop a nuove dosi di flessibilità. Il numero uno dell’Eurotower ha avvertito che la ripresa deve essere sostenuta dalle riforme strutturali e che i paesi altamente indebitati (Italia, in primis) potrebbero subire shock negativi, quando finirà la fase dei tassi bassi di questi anni.  

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