Scandalo Volkswagen: e se dietro ci fosse una guerra commerciale tra UE e USA?

Il caso Volkswagen potrebbe essere la spia di tensioni latenti tra USA e UE sulla tutela delle rispettive industrie.

di , pubblicato il
Il caso Volkswagen potrebbe essere la spia di tensioni latenti tra USA e UE sulla tutela delle rispettive industrie.

La scoperta dell’EPA, l’Agenzia ambientale USA, che il gruppo automobilistico Volkswagen avrebbe taroccato i test sulle emissioni inquinanti, avvalendosi di un software che le abbassava fino a 40 volte ed entro i limiti normativi e attivato solo in fase di verifica, scuote da ieri il mercato e non solo. Il titolo di Wolfsburg ha già perso oltre il 18% in borsa e anche stamane viaggia in calo del 4%. L’EPA potrebbe infliggere ai tedeschi una maxi-sanzione fino a 18 miliardi di dollari, che renderebbe ridicola la multa inflitta a Hyundai e Kia nemmeno un anno fa, pari a 100 milioni di dollari e comminata per lo stesso motivo, ossia per avere falsato i dati. Nulla sono stati nemmeno i 900 milioni che General Motors dovette pagare come sanzione per un difetto di fabbricazione, che sarebbe costato la vita a 174 persone. E nemmeno gli 1,2 miliardi sborsati da Toyota per i 5 morti presumibilmente provocati da un suo difetto di produzione. Per Volkswagen si tratta di un duro colpo, anzitutto, all’immagine, perché la notizia giunge, oltre tutto, mentre è in corso il Salone di Francoforte, dove il gruppo presenta in casa propria nuovi modelli tecnologici e all’avanguardia. E al danno finanziario si aggiungono i possibili guai giudiziari, dopo che le autorità americane avrebbero avviato un’indagine penale a carico dei dirigenti del gruppo, stando a Bloomberg. E non è tutto: la Francia sembra che non aspettasse altro e per bocca del suo ministro delle Finanze, Michel Sapin, chiede l’apertura di un fascicolo in sede europea.

Volkswagen rischia danni enormi dalla vicenda

Intanto, la Corea del Sud annuncia che dal mese di ottobre saranno avviati i test sulle auto VW vendute nel paese.

Detto francamente, i tedeschi rischiano di dovere richiamare molte più vetture delle 500 mila vendute nel 2008 nei soli USA. L’ad Martin Winterkorn si è detto ieri “desolato”, ma non basterà un qualche rammarico formale per mettere una pezza a una voragine, apertasi improvvisamente sotto i piedi del colosso automobilistico a distanza di pochi giorni dall’appello lanciato dalla cancelliera Angela Merkel ai costruttori di auto tedesche di dare lavoro agli immigrati siriani. Per la precisione, Frau Merkel aveva riconosciuto che la “buona” crescita dell’economia tedesca è dovuta in grossa parte all’andamento positivo della produzione nel settore e, pertanto, aveva rivolto un invito ad assorbire i profughi in fuga dalla Siria, che Berlino ha annunciato un paio di settimane fa di volere accogliere illimitatamente.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/la-germania-stanzia-3-miliardi-per-i-profughi-siriani-ecco-le-vere-ragioni-dellaccoglienza/     Come sempre, in casi così eclatanti non è facile fermare le tentazioni di interpretazione dietrologica. Eppure, il caso Volkswagen si presta molto bene a una lettura che vada ben aldilà della semplice infrazione delle norme, che c’è certamente stata e che andrà sicuramente sanzionata. La maxi-multa minacciata al gruppo automobilistico tedesco appare, infatti, sproporzionata, considerando i precedenti molto più gravi della stessa General Motors sopra citata. Se è vero che VW avrebbe falsificato i dati sulle emissioni di sostanze inquinanti, è indubbio come ciò sia meno grave dell’avere provocato direttamente 174 morti per un difetto di fabbricazione. Ma stupisce anche la tempistica dello scandalo: proprio durante il Salone di Francoforte? Si potrebbe trattare di una semplice coincidenza, ma si potrebbe ironizzare che gli americani appaiano propensi alle coincidenze. Come quando alla fine di maggio, un blitz dell’Fbi in Svizzera arrestò diversi dirigenti della Fifa e vicini al presidente Josef Blatter, a 2 giorni dal voto per la presidenza.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/scandalo-fifa-dopo-le-dimissioni-di-blatter-avanza-la-candidatura-di-michel-platini/  

USA infastiditi da politica antitrust UE

Non è un mistero che l’industria americana sia infastidita dalla politica sanzionatoria della Commissione europea, che in qualità di autorità antitrust ha comminato negli ultimi tempi multe abbastanza salate a colossi USA.

Si pensi a Microsoft, che per la prima volta fu sanzionato da Bruxelles nel 2004 con l’accusa di tentativo di monopolizzazione del mercato, all’epoca in cui come commissario alla Concorrenza c’era Mario Monti, non a caso divenuto un paladino del libero mercato nella UE. In 10 anni, la creatura di Bill Gates ha pagato qualcosa come 2 miliardi di dollari di multe, mentre rischia di pagarne altri 6 miliardi Google, anche se la vicenda è ancora in corso. Non ultimo, la Commissione europea, su spinta proprio di Germania, Francia e Italia, intenderebbe tassare le attività dei colossi americani del web, per la parte di produzione realizzata nei paesi della UE. Si tratta di miliardi di dollari in ballo, dato che Google, eBay o Amazon, per citare i più importanti, ad oggi pagano mediamente qualche milione di euro all’anno di imposte in Europa, nonostante realizzino nel nostro continente profitti di svariati miliardi.

In gioco il trattato di libero scambio USA-UE

La vicenda Volkswagen, dunque, appare un serio avvertimento di Washington al principale azionista della UE, la Germania. Ma non sarebbe l’unica spiegazione possibile. In questi mesi, tra USA e UE è in corso un delicatissimo, ma storico negoziato, che se avesse successo, porterebbe dopo decenni di tentativi falliti a un’area di libero scambio tra le due sponde dell’oceano. Si tratta del “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP), oggetto di ostilità del mondo sindacale e di parte dell’industria di entrambi i lati dell’Atlantico, i primi timorosi che una più accesa concorrenza tra le imprese possa portare a una riduzione del potere negoziale dei lavoratori, la seconda di perdere quote di mercato acquisite stabilmente da anni, spesso in posizioni di oligopolio o di monopolio di fatto, in favore di imprese di nuovo ingresso. E cosa meglio potrebbe far naufragare una trattativa, se non la tensione scatenata intorno a uno dei colossi industriali più potenti al mondo e con sede nel paese con il maggiore peso politico nel Vecchio Continente?        

Argomenti: ,