Savona attacca Draghi sul “quantitative easing”: “è intervenuto tardi”. Chi ha ragione?

Paolo Savona, presidente Consob, attacca Mario Draghi, governatore BCE, sul "quantitative easing" e, in generale, sulla conduzione della politica monetaria nei suoi otto anni. Chi dei due ha ragione?

di , pubblicato il
Paolo Savona, presidente Consob, attacca Mario Draghi, governatore BCE, sul

Il presidente della Consob, Paolo Savona, ha confermato la sua natura di economista euro-scettico e nella giornata di ieri è tornato all’attacco del governatore della BCE, Mario Draghi, sostenendo che sarebbe arrivato tardi sul “quantitative easing”, cioè varandolo “nel 2012, 4 anni dopo lo scoppio della crisi, quando molte imprese italiane erano già saltate”. E ha aggiunto che le stesse modalità del QE sarebbero state sbagliate, in quanto l’istituto si sarebbe dovuto limitare ad acquistare titoli del debito pubblico italiano e non anche tedesco.

Le parole di Savona ci consentono ancora una volta di compiere qualche riflessione sulla politica monetaria di Francoforte degli ultimi anni.

Debito pubblico italiano e vincolo esterno: l’unica verità di Savona sull’euro

Anzitutto, l’analisi di Savona contiene un errore pacchiano: il QE non venne varato nel 2012, bensì nel gennaio 2015, attuato sin dal marzo successivo. Chissà che il presidente della Consob non abbia inteso riferirsi al cosiddetto “OMT”, il piano anti-spread che Draghi annunciò quasi per disperazione quel famoso 26 luglio 2012, quando la tempesta finanziaria ai danni dei titoli di stato del Sud Europa infuriava e la fine dell’euro veniva percepita vicinissima. Aldilà di ciò, i veri errori di analisi di Savona sono di natura contenunistica.

Perché il “ritardo” di Draghi

Egli spiega che il QE venne varato troppo tardi, quando “molte imprese italiane erano già saltate”. Vero, ma gli stimoli monetari non hanno mai avuto l’obiettivo formale di sostenere le imprese, quanto di iniettare sui mercati maggiore liquidità per centrare il target d’inflazione. Che sia noto, poi, che i tassi a zero, le aste T-Ltro gli acquisti di assets abbiano svolto una funzione di sostegno indiretto ai governi dell’area e alle stesse imprese, abbassandone i costi di rifinanziamento, è un altro paio di maniche e non giustifica che il più alto esponente dell’authority di controllo delle società quotate a Piazza Affari esterni simili espressioni.

Formalmente, Draghi nel 2012 (come erroneamente indicato da Savona) non avrebbe potuto varare misure estreme di accomodamento monetario, semplicemente perché l’inflazione ancora si aggirava intorno al target nell’area, anzi lo superava fino alla fine di quell’anno.

Si iniziò a parlare di QE, infatti, solo nella tarda primavera del 2014, quando il cambio euro-dollaro sfiorava 1,40 e l’inflazione tendeva ad annullarsi, scendendo sottozero a fine anno. E l’italiano dovette attendere che tra gli stati membri fosse siglato quel patto fiscale, che avrebbe ammorbidito le resistenze della Germania.

La “guerra” delle valute è stata scatenata dagli errori di Merkel e Draghi

La questione del consenso in BCE

La politica monetaria in un’area di 19 stati si attua per largo consenso. E fino al 2014, la Germania restava sulle barricate all’ipotesi di tassi azzerati e stimoli non convenzionali all’americana, temendo che le misure finissero per spingere i governi del Mediterraneo, Italia in testa, all’azzardo morale, cioè ad approfittare dei minori costi per gli interessi sul debito per aumentare la spesa pubblica. Solo dopo che nel 2012 venne siglato il “Fiscal Compact” e che le politiche di bilancio iniziarono a mostrarsi più restrittive anche in paesi come l’Italia, i tedeschi hanno dato implicitamente il loro assenso al QE, senza il quale Draghi avrebbe agito in contrasto con larga parte del suo board, di fatto facendo percepire la sua politica come debole, in quanto scarsamente sostenuta dal Nord Europa.

Infine, altro errore piuttosto lampante: la BCE per Savona non avrebbe dovuto acquistare Bund, ma solo BTp e – presumiamo – Bonos, bond portoghesi e greci. Se così fosse stato, Draghi avrebbe utilizzato esplicitamente la leva monetaria per aiutare i bilanci degli stati del sud, travalicando di gran lunga i suoi compiti. Ciò avrebbe certamente ristretto gli spread, ma trasformando Francoforte in un prestatore di ultima istanza, nulla che sia contemplato nello statuto dell’Eurotower e che possa avere a che fare con il raggiungimento del target d’inflazione. Altro discorso sarebbe, invece, notare come i criteri predisposti nel 2015 abbiano favorito gli acquisti di Bund, legandoli alle dimensioni economiche della Germania, perpetuando gli alti spread.

Per concludere, quando Savona invoca un patto per consentire all’Italia di sforare all’occorrenza i parametri fiscali e condurre politiche credibili e sostenibili, al contempo varando quelle misure di rimodulazione del bilancio per tendere al pareggio, avrebbe buone ragioni. Tuttavia, le tramuta in torto marcio, quando ritiene che debba essere il governatore a sostituirsi ai governi, confondendo la leva monetaria con quella fiscale, l’obiettivo della stabilità dei prezzi con quello della crescita economica e auspicando la monetizzazione dei debiti percepiti più rischiosi. Non fa bene al sistema Italia che in quello che a tutti gli effetti sarebbe ormai parte del (parzialmente) nuovo establishment si parli apertamente di deficit spending per crescere e di monetizzare il debito. Per fortuna, paradossalmente, che Draghi lascia in eredità una politica così ultra-espansiva, che i mercati non si preoccupano più di tanto di certe affermazioni.

La BCE di Draghi ha un problema di credibilità, regole troppo politicizzate

[email protected] 

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , ,
>