Sarà la teoria economica o la storia a decretare la fine del Progetto Europa?

La teoria delle aree monetarie ottimali e una serie di precedenti storici spiegano i motivi per cui il «Progetto Europa» di Jean Monnet, François Perroux e Robert Schuman è destinato a soccombere.

di Stefano Fugazzi, pubblicato il
La teoria delle aree monetarie ottimali e una serie di precedenti storici spiegano i motivi per cui il «Progetto Europa» di Jean Monnet, François Perroux e Robert Schuman è destinato a soccombere.

Il sistema monetario in vigore nell’Eurozona presenta una peculiarità senza precedenti nella Storia: da dieci anni diciassette Paesi adottano una divisa comune cui non corrisponde alcuno Stato. La questione in sé è stupefacente se si considera che i padri fondatori dell’Europa unita teorizzarono già nel 1943 sia la creazione di un soggetto politico sovrano sia l’istituzione di una banca centrale e di una moneta unica in grado di governare le dinamiche economiche di questa nuova entità sovranazionale. Memori del fallimento dei precedenti esperimenti monetari europei – si pensi alle unioni monetarie latine e scandinave sorte nella seconda metà del XIX secolo – i fautori del Progetto Europa ritennero necessario prendere a modello il Reich tedesco, un soggetto politico concepito nel 1834 – con la realizzazione di un’unione doganale – e portato a compimento nel 1871 con la costituzione dell’Impero e l’istituzione di una divisa unica (il marco oro). Tentativi di unione monetaria in Europa dall’antichità al XIX secolo Per porre rimedio all’anomalia della «moneta senza Stato» e risollevare le sorti economiche dell’Eurozona, i leader europei sembrano ora intenzionati a colmare questa lacuna storica portando a compimento il processo di unificazione politica ed economica dell’area. Eurobond e Stati Uniti d’Europa: una rischiosa scommessa a lungo termine Se da una parte la creazione degli Stati Uniti d’Europa potrebbe colmare una lacuna storica, dall’altra potrebbe non risolvere affatto le problematiche socio-economiche dell’Eurozona. Per comprendere il motivo per cui l’unione monetaria è destinata a fallire, è necessario illustrare per sommi capi la teoria delle aree valutarie ottimali. Elaborata dall’economista canadese Robert Mundell nel 1961 e basata sul lavoro di James Meade e Milton Friedman, la teoria mette a confronto i regimi a cambio fisso (area o unione valutaria tra due o più stati) e quelli a cambio variabile (oscillazione libera dei tassi di cambio).   LA TEORIA ECONOMICA DELLE AREE MONETARIE OTTIMALI IN UN MERCATO COMUNE: OSCILLAZIONE VALUTARIA E UNIONE MONETARIA A CONFRONTO Quando due o più soggetti a moneta sovrana creano un mercato comune, può accadere che i consumatori modifichino le preferenze, passando dai prodotti di un paese (Paese A) a quelli di un altro membro dell’area economica (Paese B). Questo cambiamento determina uno spostamento nelle curve di domanda e offerta aggregata creando una serie di scompensi (shock asimmetrici). Nel Paese A, a fronte della riduzione della domanda per prodotti e servizi interni, avverrà una contrazione dei prezzi al consumo e dell’occupazione mentre il Paese B vivrà una fase d’espansione economica caratterizzata da un aumento della domanda industriale e occupazionale. Per riequilibrare le curve di domanda e offerta aggregata, il Paese A deprezzerà la propria valuta nei confronti del Paese B per evitare l’aumento della disoccupazione e un deterioramento della bilancia commerciale. In un regime a cambio fisso il riallineamento dei prezzi relativi – che è necessario per riportare le due economie in equilibrio – dovrà, invece, avvenire attraverso le variazioni dei prezzi e dei salari relativi, oppure attraverso lo spostamento da un paese all’altro di fattori produttivi. Per potare a compimento questo processo di osmosi economica, attutire i derivanti shock asimmetrici e – allo stesso tempo – mantenere intatti gli assetti economico-monetari dell’area economica, sarà necessario attuare una ridistribuzione dei redditi dal Paese B (il cui output è aumentato) al Paese A (il cui output è diminuito).   SARÀ LA STORIA O LA TEORIA ECONOMICA A DECRETARE LA FINE DEL «PROGETTO EUROPA»? Il raggiungimento dello stato di equilibrio tra domanda e offerta aggregata all’interno di un’area monetaria presuppone, pertanto, la presenza di meccanismi in grado di regolare le dinamiche economiche e politiche tra gli Stati Membri. Sebbene i trattati comunitari – e in particolar modo il Trattato di Maastricht del 1992 – abbiano gettato le basi per la creazione di un mercato comune e l’armonizzazione dei meccanismi che regolano le attività monetarie ed economiche dell’area, la loro attuazione è, tuttavia, incompleta. A vent’anni di distanza da Maastricht, l’Europa non è, infatti, ancora riuscita a livellare le differenze normative tra gli Stati Membri. I capisaldi della teoria delle aree valutarie ottimali in un mercato comune a moneta unica – la flessibilità salariale e dei prezzi, la mobilità dei fattori produttivi da un paese all’altro e l’esistenza di una vera unione fiscale – non trovano riscontro entro i confini virtuali dell’Eurozona. Indubbiamente le differenze culturali e linguistiche – oltre a quelle di carattere economico e legale – rendono l’applicazione della teoria di difficile attuazione. Anche a fronte della creazione di un soggetto politico europeo, difficilmente la Sovrana Europa riuscirà ad amalgamare culture e sistemi economici che per motivi storici continueranno a differire profondamente tra di loro. Persino ai tempi dell’Impero Romano – che in virtù della propria estensione geografica può essere equiparato al Progetto Europa – si riconobbe la necessità di salvaguardare le particolarità locali. Impedire ciò nella moderna Europa, oltre a essere antidemocratico, rappresenterebbe una pericolosa anomalia storica e getterebbe le basi per un inevitabile ritorno allo status quo ex ante.  

 

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Argomenti: Economie Europa