Sanatoria sul contante, servono miliardi per abbellire i conti pubblici

Spunta l'ipotesi di sanatoria sul denaro contante nascosto al fisco. Il governo propone una sorta di "riciclaggio" di stato per mettersi in regola.

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Spunta l'ipotesi di sanatoria sul denaro contante nascosto al fisco. Il governo propone una sorta di

Il re è nudo. Dopo anni di terrore fiscale, quando siamo al termine di una legislatura inconcludente (l’ennesima) su vari fronti, il governo sfodera una delle misure con chi auspica di fare cassa: la sanatoria sul contante. Secondo gli studi del Ministero dell’Economia, i cui risultati sono simili a diversi altri effettuati da istituti indipendenti, gli italiani disporrebbero di una liquidità “nascosta” per 200 miliardi di euro, qualcosa pari a quasi il 12% del nostro pil.

Denaro, in gran parte depositato nelle cassette di sicurezza delle banche e non nei conti correnti, al fine di sottrarsi ai controlli del Fisco, che da qualche tempo a questa parte ha ottenuto il via libera all’accesso automatico alle movimentazioni dei conti bancari. Denaro e preziosi custoditi nelle cassette di sicurezza, invece, restano ignoti allo stato, anche se diventano beni infruttiferi. Ma con i rendimenti azzerati sul mercato obbligazionario e l’altalena azionaria a Piazza Affari di questi anni, anche un deposito infruttifero va bene. (Leggi anche: Guerra al contante, ecco perché la tassa sulle cassette di sicurezza è illiberale)

Adesso, il governo vorrebbe fare emergere almeno parte di questo denaro, inteso frutto di economia sommersa. L’ipotesi al vaglio sarebbe il varo di una nuova “voluntary disclosure”, in forza alla quale il titolare della liquidità emersa pagherebbe una percentuale in tasse e s’impegnerebbe a investirne una parte in titoli di stato. La sanatoria era stata discussa già un anno fa, ma parte del PD, quella che oggi non ne fa più parte dopo la scissione invernale, si era opposta, definendola una norma “salva Corona”, dal nome del fotografo dei vip, Fabrizio Corona, sorpreso a nascondere oltre un milione di euro di liquidità a casa per sottrarlo dalle mire del Fisco. Eppure, allora si parlava di un’imposta salata del 35%.

Qui, siamo ben oltre alla sanatoria. Lo stato chiuderebbe un occhio sulla provenienza del denaro dichiarato, a patto che parte di esso venga “riciclata” in BoT e BTp. Tutto va bene, se si acquista debito dello stato italiano, insomma.

Misura tardiva, se si considera che da anni gli stessi dati ufficiali dell’Istat segnalino l’inefficacia del terrorismo fiscale come deterrente contro l’evasione, i cui livelli rispetto al pil sono rimasti pressoché immutati nell’ultimo quinquennio. Anzi, le norme volute dal governo Monti per reprimere l’economia sommersa, come lo spionaggio automatico dei conti bancari e lo “spesometro”, così come i blitz mediatici nelle località turistiche o presso gli esercizi commerciali, avrebbero avuto l’effetto opposto di far rimanere nell’ombra i responsabili di quell’economia informale, per paura delle conseguenze che li avrebbero attesi.

Servono entrate per evitare l’aumento dell’IVA

Sarà una coincidenza che il pil dal 2011 ad oggi risulti diminuito di almeno un punto e mezzo percentuale e che i consumi da allora siano rimasti del tutto fermi, in termini reali? Tali cifre potrebbero riflettere una minore dinamicità dell’economia per effetto proprio del clima di terrore incusso dallo stato dal famoso “decreto Salva Italia” di fine 2011, lo stesso che vietava i pagamenti in contanti per cifre a partire da 1.000 euro, il limite più basso esistente al mondo, elevato dal governo Renzi a 3.000 euro a decorrere dal 2016, nonostante sia rimasto al livello precedente per i pagamenti di stipendi e pensioni.

L’ultima misura allo studio del governo non si porrebbe alcun fine diverso dal fare cassa. Servono miliardi freschi al Fisco, perché il 2018 sarà l’anno delle clausole di salvaguardia, la cui attivazione dovrà essere impedita per evitare una stangata dell’IVA, che sarebbe un colpo fatale ai consumi italiani. Non importa che si riveli o meno un fallimento, perché interessa superare la legge di Stabilità al vaglio della Commissione europea, iscrivendo a bilancio qualche miliardo di entrate incerte, ma ugualmente valido, per benevolenza di Bruxelles, ad abbellire i conti pubblici e guadagnare tempo. In realtà, quale che sia l’esito della sanatoria, si tratterebbe di una misura una tantum, che l’Europa non prenderebbe in considerazione per valutare la riduzione del deficit, ma Roma si fingerebbe interessata a sfruttare l’opportunità concessa per trovare dopo le elezioni le risorse necessarie a un taglio strutturale del disavanzo fiscale.

Se sarà un bluff o flop che dir si voglia, verrà scoperto dopo il voto, quando si avrà tutto il tempo di ragionare con serietà sul da farsi, anche colpendo i contribuenti italiani con l’ennesima manovra lacrime e sangue. (Leggi anche: Clausole di salvaguardia un cappio al collo dei contribuenti italiani)

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