Salvini e Di Maio modellano la Terza Repubblica, ma ora BCE di Draghi e commissari al bivio

Matteo Salvini ha messo fuori gioco Silvio Berlusconi e il dissolvimento di Forza Italia sarebbe solo questione di tempo. E l'Europa guarda attonita alla nascita molto probabile di un governo tra 5 stelle e Lega. Bruxelles e Draghi (BCE) non sanno davvero che fare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Salvini ha messo fuori gioco Silvio Berlusconi e il dissolvimento di Forza Italia sarebbe solo questione di tempo. E l'Europa guarda attonita alla nascita molto probabile di un governo tra 5 stelle e Lega. Bruxelles e Draghi (BCE) non sanno davvero che fare.

L’elezione dei presidenti di Camera e Senato è stata una netta vittoria per Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i nuovi “enfant prodige” della politica italiana, che hanno dimostrato di avere saputo stringere un’intesa, la quale ha retto alla prova dei fatti e che ha fatto fuori politicamente Silvio Berlusconi da un lato e quel che resta del PD dall’altro. E le tensioni dentro Forza Italia stanno esplodendo. I capigruppo uscenti del partito non verranno ricandidati, anche perché probabilmente non sarebbero stati rieletti o avrebbero vinto spaccando i parlamentari oltre il dovuto. Insieme a Niccolò Ghedini e Gianni Letta, Renato Brunetta e Paolo Romani sono sul banco degli imputati e additati dall’ex premier quali cause della sconfitta elettorale prima e della cattiva gestione del risultato dopo. La verità è che Berlusconi ha capito di essere finito nel momento in cui ha realizzato non solo di non avere i numeri per dare vita a quel governo di larghe intese con il PD a cui puntava nemmeno segretamente da mesi, ma anche che l’alleato leghista ha stavolta a disposizione più carte di lui e, soprattutto, gestisce il mazzo. Non era mai accaduto nella storia della Seconda Repubblica.

La rappresentazione plastica del passaggio di consegne della leadership è andata in scena a Palazzo Grazioli nel primissimo pomeriggio di sabato, quando Salvini astutamente si è recato dal leader di Forza Italia dopo avere portato a casa il risultato di Maria Elisabetta Alberti Casellati presidente del Senato. Dinnanzi alle telecamere si è presentata l’ombra del Cavaliere, visibilmente devastato da una sconfitta ammantata dall’aria della vittoria (la Casellati è una sua “fedelissima” sin dal 1994) e che non ha che proferito le uniche parole possibili, ossia che si fidi di Salvini e che il passaggio delle presidenze si sia concluso nel migliore dei modi per “gli elettori del centro-destra e tutti gli altri”.

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Verso il de profundis di Forza Italia

Inutile girarci attorno. La stagione berlusconiana è ufficialmente volta al tramonto e il peggio per Forza Italia deve arrivare con la trasmigrazione di decine di parlamentari, se non molti di più, verso la Lega. Accadrà nelle prossime settimane, quando deputati e senatori azzurri toccheranno con mano la loro irrilevanza alle attuali condizioni e i sondaggi registreranno la caduta sotto le due cifre del partito, ormai allo sbando e sfiduciato.

E la fine di PD e Forza Italia suona devastante per l’Europa, che guarda inorridita alla prospettiva sempre più concreta e credibile di un governo retto da Lega e Movimento 5 Stelle. E’ molto probabile che la prima non vada da sola a sposarsi con i grillini, ma che lo faccia con il resto della coalizione. Poco cambierà per Bruxelles, vista l’irrilevanza numerica di Berlusconi in un eventuale esecutivo con Salvini e Di Maio. Non saranno gli azzurri a potere incidere sulla rotta della maggioranza che sta per nascere. E allora, che fare?

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Il brusco risveglio dei mercati

Se lo chiede anche il Financial Times, che con un articolo a firma del tedesco Wolfgang Muenchau ritiene che l’Italia sarebbe una disgrazia per la UE: “troppo grande per fallire, troppo grande per potere essere salvata”. L’unica soluzione possibile sarebbe che Germania e Francia concordassero un meccanismo di “backstop” finanziario per evitare che la speculazione che tornasse a colpire l’Italia travolga l’intera Eurozona. Ma Berlino non ha alcuna intenzione di andare in quella direzione, né possiede al suo interno le condizioni politiche per prendere una simile decisione del genere, con la cancelliera Angela Merkel ormai anatra zoppa in un Bundestag, dove la sua maggioranza si regge sui voti di un alleato socialdemocratico anch’esso travolto dalle urne e un quarto dei seggi è occupato dagli oppositori euro-scettici e dei liberali, entrambi contrari a una maggiore integrazione politica.

In uno scenario siffatto, l’attenzione si sposta su Francoforte, ovvero sulla BCE di Mario Draghi. Il “quantitative easing” dovrebbe concludersi dalla fine del settembre prossimo. Anche stiracchiandolo ancora per qualche mese, al più tardi a dicembre cesseranno gli acquisti di titoli di stato realizzati dall’istituto e tra circa un anno e mezzo dovrebbe arrivare il primo rialzo dei tassi. La normalizzazione monetaria avverrà nel pieno della transizione verso una nuova guida, che quasi certamente sarà tedesca. Il mandato di Draghi scade, infatti, nell’ottobre dell’anno prossimo e la Germania reclama di poter nominare il successore.

Senza la BCE a fungere da acquirente principale, per non dire unico, dei nostri BTp, i rendimenti sovrani tenderanno a lievitare e a rispecchiare maggiormente i fondamentali. A quel punto, i mercati si sveglieranno dal torpore in cui sono precipitati senza pausa ormai da almeno 3-4 anni e inizieranno a valutare con più oculatezza le politiche economiche dei governi. Come giudicheranno gli investitori un governo Salvini-Di Maio, che ostenterebbe il mancato rispetto dei target fiscali concordati con la UE, il disfacimento della legge Fornero sulle pensioni e che punterebbe sulla leva degli investimenti per sostenere la crescita economica, in barba ai conti pubblici?

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Il dilemma europeo

In teoria, Draghi dovrebbe agire nell’interesse dell’euro, creando attorno al nostro Paese quel cordone di sicurezza che già funzionò nell’estate del 2012, quando con il “whatever it takes” riuscì ad arrestare la speculazione di quanti puntavano alla fine della moneta unica. Tuttavia, non si vede cosa di più potrebbe fare rispetto a oggi e, soprattutto, come potrebbe agire a sostegno di un’economia, che pur tra le principali dell’area, verrebbe retta da un governo di impronta euro-scettica.

Bruxelles è anch’essa colta dal dilemma: affrontare il governo di petto, un po’ come accadde nel 2015 con Alexis Tsipras in Grecia, ma con il rischio di perdere definitivamente l’Italia, dopo che già ha dato l’addio alla UE il Regno Unito, oppure optare per una strategia di appeasement, ma con il rischio di ritrovarsi Roma a fare asse con Londra e Washington contro l’asse franco-tedesco su cui si reggono le istituzioni comunitarie? I numeri sono impietosi per i commissari: non esistono più ruote di scorta utilizzabili nel nostro Parlamento per fare breccia a Palazzo Chigi e tra poco più di un anno si terranno le elezioni europee, che in generale sarebbero, oggi come oggi, destinate a registrare la crisi dei due principali schieramenti politici (popolari e socialisti) e l’avanzata della destra euro-scettica. E l’Italia rischia, dal punto di vista di Bruxelles, di fare da apripista per l’ascesa dei movimenti anti-UE nel resto d’Europa. Da qui, l’assordante silenzio con cui le cancellerie e i commissari seguono gli sviluppi romani. Per adesso, i secondi ci hanno concesso più tempo per presentare il Def e proprio da qui all’estate verificheremo quanto saranno disposti a concederci per evitare le clausole di salvaguardia del 2019 e gli aggiustamenti attesi per quest’anno. Sarà il primo banco di prova per testare la strategia degli eurocrati.

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Argomenti: Bce, Mario Draghi, Politica, Politica italiana

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