Salvini incontra i sindacati sulla manovra, i 5 Stelle lo attaccano e hanno torto marcio

Il premier Conte attacca il suo vice Salvini sull'incontro tenuto al Viminale con i sindacati sulla legge di Stabilità 2020. Ma ad avere torto sono i 5 Stelle, che da mesi paralizzano l'azione del governo e non offrono alcuna risposta alla domanda di crescita dell'Italia.

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Il premier Conte attacca il suo vice Salvini sull'incontro tenuto al Viminale con i sindacati sulla legge di Stabilità 2020. Ma ad avere torto sono i 5 Stelle, che da mesi paralizzano l'azione del governo e non offrono alcuna risposta alla domanda di crescita dell'Italia.

E’ un premier Giuseppe Conte furibondo quello che ieri non ha voluto nascondere la propria ira contro il suo vice e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, reo di avere incontrato al Viminale i sindacati (Cgil, Cisl e Uil) per raccogliere le loro istanze sulla manovra finanziaria prossima. L’inquilino di Palazzo Chigi taglia corto e spiega che se qualcuno ipotizzasse di andare oltre il semplice ascolto delle parti sociali e anticipasse tempi e contenuti della manovra, si renderebbe responsabile di una grave “scorrettezza istituzionale”.

Gli risponde a tono lo stesso Salvini, che rassicura di “non volere rubare il lavoro” agli altri ministri, mentre l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, attacca i sindacati, colpevoli a suo dire di avere preferito incontrare Salvini e Armando Siri, quest’ultimo indagato per corruzione e dimessosi nei mesi scorsi da sottosegretario.

Flat tax, Salvini contro l’asse Conte-Tria

Chi ha ragione? Se fossimo in un governo “normale”, sarebbe del tutto irrituale che un ministro titolato di occuparsi di sicurezza avochi nei fatti a sé poteri relativi all’economia. Ma quello giallo-verde non è nato come un governo ordinario, bensì sorretto da due forze politiche diffidenti reciprocamente e (solo) formalmente rappresentato da un premier super-partes, seppure più vicino al Movimento 5 Stelle, tanto da esserne stato candidato come ministro alle elezioni politiche scorse.

Salvini è il vero “dominus” dell’esecutivo e della maggioranza e gli alleati dei 5 Stelle dovrebbero farsene una ragione. Lo dicono i consensi di cui è sempre più catalizzatore e che si contrappongono alla crisi vissuta proprio dai grillini da elezione a elezione. I rapporti di forza tra i due partiti si sono letteralmente invertiti in appena un anno di governo e per una semplice ragione: volenti o nolenti, tutti riconoscono alla Lega maggiore incisività e una visione coerente della politica economica, oltre che maggiore celerità decisionale. I 5 Stelle sono non pervenuti, reddito di cittadinanza e “no” alle infrastrutture a parte.

Salvini deve occuparsi di economia

Dopo avere ceduto del tutto la gestione dell’economia agli alleati nel corso di quasi tutto il primo anno di governo, da qualche mese Salvini ha deciso di assumerne le redini, al fine di trasformare in atti le promesse elettorali e di dare forma a un programma, che sotto i 5 Stelle tende semplicemente a restare rinchiuso nei cassetti.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non è né incisivo, né convincente o convinto, qualsiasi cosa faccia o farfugli. Appare più un grigio e anonimo ragioniere di provincia che non il titolare del Tesoro. Il collega alle Infrastrutture, tale Danilo Toninelli, è l’uomo del “chi se ne frega di andare a Lione”, del resto non ha sbloccato un solo cantiere pubblico in un anno di governo. E Di Maio, pur più capace dei colleghi pentastellati, non ha una visione in grado di convincere alcuna delle parti sociali sulla bontà delle sue misure.

I sindacati non sono certo diventati sostenitori di Salvini, ma come gli industriali e i commercianti chiedono fatti. Il ministro dell’Interno è l’unico nell’esecutivo con cui valga la pena confrontarsi, perché quanto meno se ne conoscono i contenuti programmatici. Ed egli non solo ha il diritto, ma in un certo senso è persino tenuto moralmente ad assumersi la gestione dei dossier economici, dato il largo mandato affidatogli in tutte le recenti tornate amministrative e alle europee.

Il partito del pil affida a Salvini un mandato a cui tenere fede

Dinnanzi a un Tria che non riesce da mesi a dire alcunché di sensato né sull’IVA, né sulla “flat tax”, a un Di Maio che continua a sproloquiare di salario minimo a 9 euro l’ora in un mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione ancora al 10% e a un Toninelli non reperibile su cantieri e investimenti pubblici, il leader della Lega ha fatto quello che avrebbe dovuto. La scorrettezza non è sua, bensì di quanti trascorrano il proprio tempo a cercare di impallinare l’alleato di governo su questo o quel dossier, dimenticando che gli italiani attendono risposte, da nord a sud, dai lavoratori dipendenti agli imprenditori, dai giovani disoccupati ai pensionati.

Si chiedano, semmai, come mai i sindacati, pur “ideologicamente” più affini all’M5S, abbiano preferito incontrare il leader leghista.

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