Salvini deve uccidere il centro-destra, l’alleanza con Berlusconi è finita

Il centro-destra non esiste e ad ucciderlo è la linea pro-UE di Antonio Tajani, che sta portando Forza Italia al suicidio elettorale. E Matteo Salvini aspetta l'attimo per prendersi la coalizione e trasformarla in un partito unico.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il centro-destra non esiste e ad ucciderlo è la linea pro-UE di Antonio Tajani, che sta portando Forza Italia al suicidio elettorale. E Matteo Salvini aspetta l'attimo per prendersi la coalizione e trasformarla in un partito unico.

Basterebbe guardare lo scontro andato in onda l’altra sera su Quarta Repubblica di Nicola Porro tra Maurizio Belpietro e Antonio Tajani per capire che il centro-destra, di cui ancora si blatera nei talk-show, non esiste più. Il primo è tra i principali esponenti del giornalismo da sempre su posizioni conservatrici e liberali e fino a qualche tempo fa anche strenuo difensore del berlusconismo, almeno fino a quando non sarebbe stato “cacciato” da direttore di Libero per la sua verve anti-renziana. Il secondo è presidente dell’Europarlamento e vice-presidente di Forza Italia, a lui Silvio Berlusconi ha assegnato il compito di rilanciare gli azzurri. Che cos’è successo? Nel salotto di Rete 4, Belpietro e Tajani se ne sono dette di santa ragione. L’uno ha accusato l’altro di non difendere a sufficienza l’Italia in sede europea, gli ha rimproverato l’inerzia delle istituzioni comunitarie su temi come l’immigrazione, sentendosi replicare dal numero uno degli eurodeputati di essere ignorante, di non capire cosa stesse dicendo.

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Il battibecco vigoroso tra i due può essere elevata a plastica rappresentazione della fine del centro-destra. La coalizione che vedrebbe ancora assieme Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni non esiste nei fatti. L’ex premier punta le sue carte sullo spread e sulla UE contro il governo giallo-verde, voglioso come pochi che il Movimento 5 Stelle vada a casa e non accettando che il suo alleato leghista si sia preso la scena quasi monopolizzandola e non offrendogli sufficienti rassicurazioni per le sue imprese. Incapace di trattare da leader di un partito quasi ininfluente, ha scelto di combattere il duo Salvini-Di Maio con le stesse armi con le quali fu egli stesso abbattuto nel 2011: il tifo per l’attacco dei mercati e l’Europa dei commissari.

Salvini lo sa e se non sbotta pubblicamente contro quel che rimane di Forza Italia è semplicemente per portare a casa il risultato in regioni come Abruzzo, Basilicata e Piemonte. Dunque, da qui alle elezioni europee sarà costretto a cercare di svuotare il Cavaliere dei consensi residuali, senza ingaggiare una lotta aperta con tanto di ultimatum per i dirigenti e gli amministratori locali azzurri. Il leader del Carroccio di proseguire con l’esperienza della coalizione non vuole saperne, egli ambisce al partito unico, inglobando con ogni probabilità la Meloni, che sembra rassegnatasi alla fine della coalizione e s’imbarcherà sulla nave sovranista insieme al suo 3-4%, lasciando solo l’ex premier. Dentro Forza Italia, propendono per Salvini la corrente che porta il suo nome (“Forza Salvini”) e già a un passo dall’espulsione, nonché Giovanni Toti, il governatore ligure ribelle contro la linea ufficiale del partito. Tajani guida il fronte dei duri contro il salvinismo e porta avanti la sua scriteriata difesa dell’operato della UE. Scriteriata per due ragioni fondamentali: questa UE è indifendibile, come dimostrano i capitoli immigrazione e le stesse politiche di bilancio, che riservano occhi molto benevoli ad alcuni stati membri e toni da guerra per altri; l’Europa dei commissari è quanto di più antitetico esista rispetto alla storia della stessa Forza Italia, che non dobbiamo dimenticare essere stata fino a un paio di anni fa il principale partito di riferimento per l’euro-scetticismo, pur moderato, in Italia.

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In sostanza, Berlusconi sta recitando malamente il copione di uomo dell’apparato, schierandosi con tutto quello che rappresenta lo status quo in Italia, compresa Bruxelles. Obiettivo? Mandare a casa il governo Conte e sperare di farsi un ultimo giro alla guida del Paese insieme a quello stesso PD, che pure lo ha cannoneggiato nel 2011 ed estromesso dal Parlamento due anni dopo sulla condanna definitiva per il caso Mediatrade. Non c’è nulla di politico nei calcoli dell’ex premier, se non la mancata rassegnazione di un tycoon, che non riesce ad accettare come un uomo con i suoi soldi e il suo potere mediatico possa essere soccombuto a un “ragazzotto” che ha poco più della metà dei suoi anni. Quand’anche dovesse perdere per strada tutti o quasi i consensi del 4 marzo, poco importa. A Silvio interessa concludere la sua storia politica da padre della patria, pensa che i libri di storia possano raccontarne le gesta senza più alcun pregiudizio, grazie alla stretta di mano in zona Cesarini con la sinistra, nel nome della difesa dell’Europa e delle istituzioni. La pia illusione di un uomo, che ha perso la sufficiente lucidità mentale per capire che già 5 anni fa il PD lo utilizzò per crearsi un governo senza maggioranza e lo sputò subito dopo mandandolo ai servizi sociali e ridicolizzandone l’immagine pubblica più di quanto non avessero fatto in precedenza le Olgettine.

Che Berlusconi e il suo sciagurato Tajani siano fuori dalla storia lo segnala il fatto che a Bruxells ci si prepari al terremoto politico per le prossime elezioni di maggio, quando il PPE potrebbe trovarsi costretto a guardarsi alla sua destra e ad allearsi con la galassia dei partiti sovranisti, di cui Salvini è diventato ormai un leader di fatto in Europa. Per questo, dai popolari i toni verso la Lega e persino il governo italiano si sono abbassati, le bocche si sono cucite, perché dopo le elezioni il quadro potrebbe mutare a tal punto, che l'”amicizia” con Salvini per il principale partito nell’Europarlamento si rivelerebbe un dono prezioso per continuare a governare le istituzioni europee. Anziché sfruttare quella che sarebbe una posizione di assoluto vantaggio, essendo da sempre alleato della Lega, Tajani stravolge registro e fa della sua inimicizia verso l’esecutivo e Salvini il suo assillo, con ciò segandosi le gambe, perché nel caso in cui all’Italia spettassero altri 2 anni e mezzo di guida a Strasburgo, il leader leghista farebbe di tutto per non consentire il bis all’attuale numero due di Forza Italia, la cui elezione di inizio 2017 si ebbe solo grazie alla vicinanza alla cancelliera Angela Merkel, oggi non proprio una leader nel pieno del suo vigore.

Certo, la mossa di Berlusconi-Tajani sarebbe giustificata anche dalla necessità di sopravvivere al ciclone verde, differenziandosi per un atteggiamento europeista. La strategia, però, era stata seguita in campagna elettorale con risultati pessimi e, stando ai sondaggi, starebbe avendo esiti ancora più disastrosi, se è vero che Forza Italia viaggia sull’8-9% dei consensi, dimezzandoli rispetto al 4 marzo, mentre l’alleato li ha raddoppiati. E se Salvini ponesse i parlamentari azzurri dinnanzi all’aut-aut “o con me o contro di me”, la pattuglia berlusconiana scenderebbe numericamente a cifre insignificanti, sia per puro calcolo, sia anche per la crescente insofferenza nutrita da deputati e senatori nei confronti della linea ondivaga e autolesionista portata avanti da Tajani (si veda il caso Foa in Rai). Per questo bisognerebbe attendere la tarda primavera, sempre che il Carroccio ne abbia le tasche piene di restare legato a un Cavaliere dal doppio volto e non si giochi tutto proprio alle regionali, quando lascerebbe Forza Italia correre da sola in una grossa regione come il Piemonte, a fare i conti con la propria irrilevanza elettorale.

E se la Commissione UE sotto sotto tifasse Salvini contro i 5 Stelle per salvare l’euro?

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Argomenti: Politica, Politica italiana