Salvator Mundi, rendimento del 37% annuo e doppia truffa: arte business da $60 miliardi

L'arte può essere un affare. Il suo mercato ogni anno vale 60 miliardi di dollari. Il "Salvator Mundi" di Leonardi da Vinci diventa l'opera più costosa di sempre, grazie a una doppia truffa.

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L'arte può essere un affare. Il suo mercato ogni anno vale 60 miliardi di dollari. Il

E’ stato battuto all’asta per 450,3 milioni di dollari il dipinto di Leonardo da Vinci, “Salvator Mundi”, per quello che è diventato l’affare più cospicuo di sempre. E pensare che dietro all’opera vi sarebbe una doppia frode gigantesca, legata a un divorzio da capogiro.

Nel 2013, era stato acquistato dall’oligarca russo Dmitry Rybolovlev per “appena” 127,7 milioni da un gruppo di mercanti di arte di New York. L’uomo, tuttavia, ha dovuto venderlo per monetizzare il più possibile, dopo che la moglie Elena aveva chiesto il divorzio nel 2008, a distanza di 21 anni dal matrimonio, sostenendo che il marito la tradisse con giovani donne in festini hard ai quali avrebbero partecipato altri uomini d’affari. Un giudice europeo aveva condannato l’oligarca a pagare un maxi-assegno da 4,8 miliardi all’ex coniuge, il più alto mai al mondo, ma in appello la liquidazione è stata ridotta a 600 milioni. (Leggi anche: Salvator Mundi diventa l’opera più costosa)

Tuttavia, negli anni precedenti, Rybolovlev aveva acquistato 38 opere d’arte per un totale di 2 miliardi di dollari, al fine di sottrarre più ricchezza possibile dal suo patrimonio e lasciare alla ex moglie quanto meno denaro. Al netto dell’assegno inizialmente impostogli dal giudice, l’uomo si stima che possedesse altri 7 miliardi. Ma la frode del ricco sfondato russo s’incrocia con un’altra truffa, per la serie “chi la fa, l’aspetti”. I due miliardi spesi per acquistare le opere d’arte sono transitati attraverso Yves Bouvier, broker conosciuto una dozzina di anni prima ed esperto in arte e trasporti esentasse.

Quando il divorzio si rivela un affare

Inizialmente, Ryblolovlev aveva offerto ai mercanti d’arte newyorchesi 100 milioni, ma con una email, Bouvier chiarì al russo che la cifra desiderata fosse ben più alta. Alla fine, si arrivò alla somma di 127,7 milioni. Senonché, nel novembre 2014, il New York Times riporta che “Salvator Mundi” fosse stato venduto l’anno prima per 75-80 milioni. Il russo pensò che si trattasse di un errore e chiese al giornale la rettifica del prezzo indicato, venendo a scoprire che, in effetti, il quadro era stato venduto per 52,5 milioni in meno e che la differenza era stata intascata da Bouvier.

Andando a fondo, di truffe ai suoi danni ne scoperchiò una dopo l’altra. Ad esempio, aveva comprato il “Wasserschlangen II” di Gustav Klimt per 183,8 milioni, quando a destinazione erano arrivati solo 112 milioni. In tutto, si rese conto che dei due miliardi spesi, la metà era andata nelle tasche di Bouvier. Insomma, aveva sottratto quel denaro alla moglie ed è finito per metterlo nelle mani di un “falso” amico senza scrupoli. A conti fatti, però, l’uomo può consolarsi e ringraziare ironicamente la moglie per un investimento a dir poco azzeccato. Il “Salvator Mundi” gli ha fruttato il 37% all’anno, un rendimento più che ragguardevole. (Leggi anche: Dipinto Basquiat battuto all’asta per $110,5 milioni, era costato solo $19.000)

Ma l’arte non è un business sporadico. Prendendo spunto dai dati delle opere battute all’asta nel decennio 2007-2016, scopriamo che le vendite hanno ammontato per complessivi 597,6 miliardi, ovvero alla media di 60 miliardi all’anno. L’apice è stato toccato nel 2014 con 68,4 miliardi, anche se il biennio successivo ha segnato un calo, dal quale, però, sembriamo esserci ripresi quest’anno, che dovrebbe chiudere in crescita rispetto ai 56,6 miliardi spesi nel 2016.

Quali prospettive per il mercato dell’arte

L’arte è un investimento e come tutti gli investimenti non sfugge alle regole del mercato e alle sue dinamiche. Le prospettive per i prossimi mesi appaiono contrastanti. Da un lato, il boom azionario in corso continuerebbe ad alimentare l’effetto-ricchezza in favore dei grandi finanzieri, mettendo loro a disposizione una maggiore quantità di denaro da puntare su beni-rifugio, in grado di conservarne e aumentarne il potere di acquisto nel lungo periodo. Lo stesso taglio delle tasse dell’amministrazione Trump, in via di approvazione al Congresso, stimolerebbe gli affari, beneficiando i redditi alti.

E, però, la riforma fiscale voluta dalla Casa Bianca non prevede solo un calo delle aliquote, bensì pure una sforbiciata anche decisa alle detrazioni, per cui le fasce di reddito più alte subirebbero possibili contraccolpi negativi.

Al netto, non è univoco fare considerazioni generali. Si pensi, poi, alla “caccia allo sceicco” scatenatasi in Arabia Saudita, dove le personalità più ricche e influenti del regno rischiano di vedersi private dallo stato di gran parte delle loro ricchezze. E si tratta di investitori di prim’ordine per il mercato dell’arte. Non è un caso che le azioni della casa d’asta Sotheby, che dalla vittoria di Donald Trump erano arrivate a crescere dei due terzi fino al luglio scorso, da allora abbiano ripiegato e che a novembre, in scia alle tensioni saudite, abbiano perso l’11,5%, scontando possibili effetti negativi proprio sull’esito delle aste future. (Leggi anche: Arresti sauditi puntano a espropri per $800 miliardi?)

 

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