Salvataggi bancari, 4 anni di interventi dello stato a carico dei contribuenti

La crisi della Popolare di Bari è solo l'ultima di una serie di vicende opache che hanno riguardato le banche italiane negli ultimi anni e che ci sono costati svariati miliardi come contribuenti.

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La crisi della Popolare di Bari è solo l'ultima di una serie di vicende opache che hanno riguardato le banche italiane negli ultimi anni e che ci sono costati svariati miliardi come contribuenti.

Era il novembre 2015, quando l’Italia scopre che quattro sue piccole banche (Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e Carife) sono state poste in risoluzione da un intervento congiunto tra la Banca d’Italia e l’allora governo Renzi. Azionisti e obbligazionisti perdono tutto e il Fondo di risoluzione stanzia 5 miliardi di euro. L’azzeramento del capitale serve a coprire le perdite derivanti dalla cessione dei crediti deteriorati ad appena il 17,4% del loro valore nominale. La parte “cattiva” dei 4 istituti convoglia in una “bad bank”, quella depurata dai debiti se la compra UBI Banca per la cifra simbolica di 1 euro.

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Lo stato non spende denari pubblici nell’operazione, ma la cattiva gestione di questa crisi dà il via a una tempesta finanziaria contro le nostre banche, che già nel gennaio 2016 costringe l’allora ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a trattare con il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, misure per tutelare il sistema bancario italiano sotto il “bail-in”, la nuova disciplina sui salvataggi appena entrata in vigore. Si arriva alla GACS, la garanzia pubblica sui crediti a rischio ceduti, mentre da dietro le quinte Palazzo Chigi e Via XX Settembre premono su banche e assicurazioni, affinché facciano sistema e salvino gli istituti in crisi. Nasce il Fondo Atlante, che si rivela subito un fallimento. Segue il Fondo Atlante II, che non avrà sorte granché migliore.

Banche venete e MPS

Si arriva alla fine del 2016 e appena caduto il governo Renzi sulla sconfitta netta al referendum costituzionale – e le banche giocarono un ruolo determinante in quell’appuntamento – il neonato governo Gentiloni stanzia 20 miliardi di euro per il salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Alle due banche venete erano state già stanziati 3,5 miliardi tramite la CDP, formalmente attiva nel Fondo Atlante, ma si rendono necessari altri 4,8 miliardi di liquidità e garanzie per un totale di 15 miliardi.

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Passano pochissimi mesi e il nodo MPS arriva al pettine. Tra conti truccati, crediti deteriorati, perdite miliardarie ed elevati volumi di BTp in pancia, Siena non regge. Il governo deve stanziare altri 5,4 miliardi per salvarla, entrando nel capitale con una quota del 68%. A questi si aggiungono 1,5 miliardi di euro del rimborso parziale a favore degli obbligazionisti subordinati, coinvolti nelle perdite per effetto del “bail-in”.

Da allora, c’è stata in mezzo la crisi di Banca Carige, commissariata a inizio 2019 dalla BCE, ma per la quale lo stato non ha versato quattrini dei contribuenti. E il 2019 si chiude con i 900 milioni iniettati dal Ministero di economia e finanze alla controllata Invitalia, la quale li girerà alla controllata MedioCredito centrale, la quale a sua volta li utilizzerà per ricapitalizzare Banca Popolare di Bari.

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Banchieri spregiudicati e contribuenti mazzati

Cosa hanno in comune questi crac? Certo, il legame con i territori si è rivelato problematico, visto che con la crisi dell’economia italiana, molte imprese clienti sono andate a gambe per aria, non riuscendo più a restituire i prestiti. Tuttavia, fatale è stata in tutti i casi la cattiva governance. Parliamo di banche con legami spesso opachi con la politica locale e/o nazionale, caratterizzate da una gestione personale e allegra dei finanziamenti e da operazioni sospette, come l’acquisto a prezzi fuori mercato di Antonveneta da parte di MPS nel 2007 e il salvataggio di Tercas da parte della Popolare di Bari nel 2014.

Ciliegina sulla torta: le autorità di vigilanza non hanno capito nulla in tempo in nessuno dei suddetti casi. Bankitalia e Consob, i cui vertici paghiamo eppure profumatamente, svelano nei dettagli le cause delle singole crisi dopo che queste siano esplose.

A questo punto, ci chiediamo quale sia il senso di autorità apparentemente indispensabili, ma che nei fatti non sembrano essere servite a stanare anche solo una situazione critica. P.S.: Non troverete, se non come rarità, alcun commentatore e analista finanziario che osi evidenziare come non possa definirsi “libero mercato” quello in cui i contribuenti debbano salvare sempre e automaticamente una banca in affanno. Al contrario, viene recitato il mantra del “le banche non possono fallire”, che andrebbe tramutato in un più sincero “i banchieri possono fare quel che vogliono e i contribuenti devono tacere”.

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