Salvataggi a caro prezzo. La Germania spende 290 miliardi per le sue banche

Solo Grecia e Irlanda avrebbero speso di più per mettere in sicurezza i propri istituti. Lo riporta un articolo del Sueddeutsche Zeitung. E i socialdemocratici dicono no alla ricapitalizzazione diretta delle banche nelle trattative per la Grosse Koalition con Angela Merkel

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Solo Grecia e Irlanda avrebbero speso di più per mettere in sicurezza i propri istituti. Lo riporta un articolo del Sueddeutsche Zeitung. E i socialdemocratici dicono no alla ricapitalizzazione diretta delle banche nelle trattative per la Grosse Koalition con Angela Merkel

I salvataggi bancari sarebbero costati molto cari alla Germania di Angela Merkel. Lo sostiene un articolo della Sueddeutsche Zeitung, che ha calcolato in 290 miliardi di euro il costo sostenuto dal 2008 in poi dal governo tedesco per mettere in sicurezza gli istituti in Germania. E secondo l’articolo, sarebbe proprio la prudenza con cui Berlino si sarebbe approcciata alla questione dei salvataggi ad avere fatto lievitare i costi, giunti all’11% del pil tedesco, una percentuale inferiore solo a quella che si è avuta in questi anni in Grecia e Irlanda, ossia in due paesi che hanno dovuto ricorrere agli aiuti internazionali per non fallire.

L’ortodossia tedesca, quindi, sarebbe costata cara alla stessa Germania, che rifiuta in linea di principio interventi radicali, come quelli effettuati negli USA, dove grandi banche sono state nazionalizzate e salvate direttamente con soldi pubblici. Berlino è intervenuta quattro anni fa in tal senso solo con la parziale nazionalizzazione di Commerzbank, ma per il resto ha adottato una posizione di rigore e non lassista.

Va detto che Suedeutsche Zeitung rappresenta una voce critica nel giornalismo tedesco, riguardo ai governi della cancelliera, essendo vicino ai socialdemocratici della SPD. Ma che la politica tedesca non avrebbe riservato grossi entusiasmi per l’Eurozona lo dimostrano le trattative in corso per la formazione del governo di Grosse Koalition tra i conservatori della CDU-CSU e la stessa SPD. Quest’ultima ha portato al tavolo del negoziato la sua contrarietà alla ricapitalizzazione diretta delle banche europee tramite l’ESM, esattamente l’opposto di quello che vorrebbero i Piigs. Non sarà difficile su questo punto trovare una convergenza con i cristiano-democratici della Merkel, che in Europa si sono fatti portavoce proprio della linea contraria agli aiuti diretti alle banche, preferendo la soluzione del passaggio intermedio dei fondi dai governi nazionali.

Alla faccia di chi guardava con favore l’arrivo al governo dei socialdemocratici quale prospettiva di ammorbidimento delle posizioni rigoriste della cancelliera!

 

Crisi delle banche: la situazione in Italia

Ma di banche potremmo dover sentire parlare anche noi in Italia. Roma non ha salvato nessun istituto dal 2008 in poi, vuoi perché nel nostro paese non si sono verificati gli sconquassi bancari che abbiamo visto altrove, vuoi anche perché non ci sono soldi. Un salvataggio di fatto lo si è avuto con Mps sin dal 2009, attraverso i Tremonti-bond, oggi chiamati Monti-bond, dalla somma attuale di 4,07 miliardi, anche se in forma di prestito a interessi molto alti (dal 9%).

 

COME STANNO LE BANCHE ITALIANE? – La crisi delle banche italiane: i casi di MPS, Banca Marche e Banca Carige

 

Tuttavia, un incontro ristretto di banchieri, industriali e uomini politici di altissimo livello avrebbe partorito una soluzione alquanto invisa al contribuente, ma che potrebbe essere proposta ufficialmente all’esecutivo: lo stato garantisca le banche per 50-70 miliardi di euro, in modo da abbassare i rischi di queste ultime (sono oltre 140 miliardi le sofferenze) e in cambio si genererebbero maggiori prestiti per 100-140 miliardi di euro, in grado di fare ripartire l’economia, attraverso il comparto creditizio.

Peccato che la misura impatterebbe sul debito pubblico italiano, già esploso oltre il 130% del pil. Oltre il danno la beffa? Dovremmo pure accollarci i debiti delle banche?

 

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