“Salva Roma” accolla i debiti della Raggi a tutta Italia? Ecco su cosa litigano Salvini e Di Maio

Matteo Salvini e Luigi Di Maio litigano furiosamente sulla norma "Salva Roma", che secondo il primo accollerebbe i "debiti della Raggi" a tutti gli italiani e chiede che si faccia lo stesso per Catania, Savona e Alessandria. E' davvero così?

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Matteo Salvini e Luigi Di Maio litigano furiosamente sulla norma

Botte da orbi al Consiglio dei ministri di ieri sera, finito poche ore fa, tra i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Le tensioni nella maggioranza sono esplose tra Lega e Movimento 5 Stelle, in particolare, sulla norma cosiddetta “Salva Roma”. Il primo sostiene che “i debiti della Raggi” verrebbero accollati a tutti gli italiani e invoca parità di trattamento per tutti i comuni in dissesto finanziario, a partire da Catania, Alessandria e Savona.

Il secondo sostiene, invece, che si tratti di una norma a costo zero per lo stato, spalleggiato per l’occasione – più unica che rara – dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Come stanno davvero le cose?

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Il “Salva Roma” chiude la gestione commissariale della Capitale dal 2021. Essa era stata avviata dal governo Berlusconi nel 2010, quando venne deciso che tutti i debiti contratti dal Comune di Roma fino al 2008 sarebbero stati amministrati dal commissario (11,1 miliardi), quelli successivi sarebbero rimasti in capo all’amministrazione capitolina (circa 1 miliardo ad oggi). Per finanziare la gestione commissariale vennero fissate risorse annuali per 500 milioni, di cui 200 a carico della città, attraverso l’aumento dell’addizionale comunale Irpef (la più alta d’Italia) e una sovrattassa imposta ai passeggeri in transito dagli aeroporti di Roma. I restanti 300 milioni all’anno continua a metterli lo stato.

Con la fine della gestione commissariale, i debiti verrebbero suddivisi in due tronconi: quelli commerciali per circa 3 miliardi tornerebbero ad essere amministrati da Roma e quelli di natura finanziaria verrebbero accollati al Tesoro. Dei primi, stando all’ultima relazione del Parlamento, 849 milioni si riferiscono a posizioni di cui non è stato possibile rintracciare i creditori, trattandosi perlopiù di espropri avvenuti 40 o 50 anni fa. In tutto, 975 milioni sarebbero privi di documentazione idonea. Quanto ai secondi, invece, essenzialmente parliamo di un bond da 1,4 miliardi emesso dall’allora sindaco Walter Veltroni, che paga una cedola del 5,345%, pari a un esborso di quasi 75 milioni all’anno e che reca scadenza 2048.

Operazione a costo zero per gli italiani?

Perché Tria e Di Maio sostengono che il trasferimento dei debiti finanziari allo stato avverrebbe a costo zero per i contribuenti del resto d’Italia? Perché già oggi lo stato versa al commissario 300 milioni all’anno e gli interessi che pagherebbe sul bond sarebbero detratti da questa somma. Anzi, il Tesoro, da debitore più solido, potrebbe persino rinegoziare l’obbligazione, scontando una cedola inferiore e risparmiare – sostengono dal governo – complessivamente sui 90 milioni all’anno. In effetti, la durata residua del bond è di meno di 30 anni e oggi un trentennale del Tesoro rende il 3,5%, quasi 200 punti base in meno della cedola capitolina, pari a risparmi potenziali annui per quasi 26 milioni.

Quanto all’ipotesi di Salvini di estendere il piano alle altre città in dissesto, tecnicamente sarebbe complicato, visto che queste non presentano quella gestione commissariale della Capitale. Dunque, il “Salva Roma” non prevederebbe effettivamente un accollo dei debiti capitolini a tutti gli italiani, almeno non in misura superiore a quella che fu decisa nel 2010. Anzi, i debiti commerciali, in buona parte di difficile ottemperanza per le ragioni sopra citate, tornerebbero in capo al Comune e quelli finanziari costerebbero qualcosa meno allo stato, che detrarrebbe tali (minori) costi dai 300 milioni ad oggi annualmente stanziati.

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Semmai, il segnale in sé non è propriamente positivo per i comuni più virtuosi, in quanto viene lanciato loro il messaggio che a comportarsi bene in Italia si resta fregati. E il problema del “Salva Roma”, a volerla dire in poche parole, consiste nel partire dalla premessa per cui i debiti della Capitale sarebbero “eternamente” a carico dello stato, cioè di tutti gli italiani. E contro questo concetto si scaglia Salvini, che sul punto disporrebbe di scarsi margini di manovra, considerando che del mezzo miliardo di risorse annualmente dedicate al commissariamento, in cassa sarebbero rimasti 320 milioni, il resto risulta già stanziato per altri impegni. Da qui, la corsa dell’amministrazione Raggi ad ottenere il “salvataggio” del governo, occasione più unica che rara, visto che a Palazzo Chigi c’è un premier “pentastellato” sensibile alle sue istanze.

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