Saccomanni: la recessione è finita. Ma cosa dicono i numeri?

Timidi segnali di risalita dai minimi dei mesi scorsi, ma parlare di ripresa sembra troppo. Disoccupazione alta e mancate riforme frenano la crescita

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Timidi segnali di risalita dai minimi dei mesi scorsi, ma parlare di ripresa sembra troppo. Disoccupazione alta e mancate riforme frenano la crescita
Per il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, non ci sarebbero dubbi: la recessione è finita. L’Italia si sta avviando verso la ripresa. Le esternazioni del ministro, in linea con il ritrovato ottimismo del governo Letta, arrivano lo stesso giorno in cui l’Istat conferma l’ottavo calo consecutivo trimestrale del pil italiano nel periodo aprile-giugno, quando la ricchezza prodotta è scesa dello 0,2% sul primo trimestre dell’anno e del 2% su base annua.
 
 

Recessione: fine della fase peggiore

Altri dati, però, indicherebbero la fine, quanto meno, della fase peggiore della più lunga recessione dal Secondo Dopoguerra: a giugno, la produzione industriale è salita dello 0,3% su maggio, anche se ancora in calo del 2,1% su base annua. La scorsa settimana, poi, l’indice Pmi manifatturiero ha segnalato per luglio la prima espansione da due anni, attestandosi poco oltre 50 punti (50,3), la soglia che marca la differenza tra crescita e recessione. Anche l’indice di fiducia delle imprese è schizzato ai livelli massimi dal novembre del 2011. Insomma, qualcosa sembra muoversi davvero, se il Centro Studi di Confindustria ha diffuso nei giorni scorsi la previsione di una possibile inversione di tendenza della produzione industriale da quest’estate. 
 
 

Recessione: cosa accadrà nel terzo trimestre?

Tuttavia, che la recessione sia finita non è un fatto scontato. Bisogna vedere, ad esempio, cosa accadrà in questo terzo trimestre. Negli ultimi mesi, gli organismi internazionali hanno iniziato a ritardare la fase in cui avverrà la ripresa in Italia, spostandola agli inizi del 2014. A fronte dei segnali positivi o meno negativi dei precedenti di cui abbiamo parlato, altri evidenziano lo stato di profonda crisi in cui versa il Bel Paese. Anzitutto, il tasso di disoccupazione, sopra il 12%, record dall’inizio delle serie storiche e che nasconde, peraltro, un calo anche dell’occupazione, ai minimi dal 2000.
In cinque anni, è stato bruciato un milione di posti di lavoro. 
 
 

Crisi e banche

E passiamo a un altro aspetto clou di questa crisi: le banche. Il governo afferma che sono in buono stato di salute, il ché non sarebbe sbagliato, se raffrontato a quanto accade negli altri paesi. Ma questa solidità di base – se così vogliamo dire – è stata preservata staccando la spina ai finanziamenti verso le imprese e le famiglie, dando vita a un pesante “credit crunch”, di cui non si vede ancora la fine, sebbene qualche miglioramento si nota nelle erogazioni dei mutui. Ma senza un sostegno all’economia da parte degli istituti, è impensabile una ripresa e le banche potrebbero essere sotto pressione anche nei prossimi mesi, a causa delle tensioni che potrebbero tornare sui bond sovrani, di cui sono zeppe nei loro bilanci.
Un aspetto non va, poi, dimenticato. La fragilità politica interna ha impedito al nostro paese di adottare qualsivoglia riforma, ad eccezione di quella sulle pensioni del governo Monti. La spesa pubblica non è stata né tagliata, né razionalizzata, la pressione fiscale continua a crescere e senza una prospettiva imminente di un sollievo da questo versante, come ha confermato lo stesso ministro Saccomanni pochi giorni fa.
 
 

Fine recessione e fase di crescita

Indubbiamente, la fine della recessione prima o poi avverrà, ma questo non significa che entreremo in una fase di crescita. Il rischio è che si protragga il trend di quest’ultimo ventennio, caratterizzato da una stagnazione senza fine. La china sarà risalita nel breve termine dalla crescita della domanda estera, dovuta sia al miglioramento dell’economia in alcuni dei paesi di sbocco delle nostre merci (USA, Gran Bretagna, Germania, etc.), sia per la crescita meno accentuata dei prezzi che si va registrando ultimamente in Italia, rispetto ai nostri competitors, cosa che rilancia parzialmente la competitività del made in Italy. Ma la domanda interna resta debole, se non in contrazione.
Parliamo dei consumi privati e degli investimenti. Senza una prospettiva certa su tasse (vedi IMU e IVA) e lavoro, usciremo solo dal tunnel, senza imboccare alcuna strada per la crescita.

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