Sacchetti bio per la spesa, cosa ci insegna il “dramma” di inizio anno

Dure polemiche sui sacchetti biodegradabili a pagamento per comprare frutta e verdura. Aldilà delle fake news, l'italiano medio ha oltrepassato il limite della sopportazione verso la politica.

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Dure polemiche sui sacchetti biodegradabili a pagamento per comprare frutta e verdura. Aldilà delle fake news, l'italiano medio ha oltrepassato il limite della sopportazione verso la politica.

Consumatori sul piede di guerra contro la normativa del governo, che recependo una direttiva comunitaria del 2015, ha obbligato i supermercati a fare pagare ai clienti il costo dei sacchetti biodegradabili per frutta e verdura. Obiettivo: combattere l’inquinamento ambientale, disincentivando l’uso delle buste di plastica per fare la spesa. Il costo medio atteso è di 2 centesimi per sacchetto e su base annua, stimano le associazioni dei consumatori, potrebbe incidere per una manciata di euro all’anno. Nulla che seriamente possa minacciare il potere di acquisto delle famiglie, eppure il tam tam sui social ha trasformato la misura in una delle più odiate dagli italiani da tempo. (Leggi anche: Sacchetti frutta bio pagamento: chiarimenti del ministero)

Come mai tanto clamore? Come spesso capita quando si introduce un balzello, argomentazioni razionali si mescolano alla dietrologia. Una delle notizie che ha maggiormente fatto imbufalire la rete riguarda l’azienda Novamont di Catia Bastioli, che produce la materia prima utilizzata da 150 aziende italiane per produrre a loro volta i sacchetti di plastica. Realtà all’avanguardia e con un fatturato di 170 milioni di euro l’anno, detiene una quota di mercato del 50% in Europa. I social hanno lanciato l’accusa che la titolare sia stata beneficiata dall’ex premier Matteo Renzi, che da segretario del principale partito di maggioranza, ne avrebbe così favorito gli interessi. Si è arrivati a scrivere che fosse sua cugina e che la Novamont detenga il monopolio delle buste di plastica in Italia. “Fake news” le definisce il leader del PD, che non è riuscito, tuttavia, a spegnere la rabbia e il retropensiero sul caso.

E’ evidente che non siano i centesimi chiesti al consumatore ad avere indignato gli italiani.

Quella dei sacchetti bio è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Volendo fare un paragone azzardato, potremmo guardare allo scoppio delle Primavere Arabe nel 2011 per capirci qualcosa. Nel giro di poche settimane, i governi di Tunisia, Libia, Egitto sono stati travolti dopo decenni di dittature apparentemente incrollabili, mentre quello siriano lotta ancora oggi per sopravvivere. Cosa ha scatenato la miccia? Il suicidio di un giovane ambulante di frutta e verdura tunisino, che si era visto sequestrare il furgone con cui lavorava e al quale era stata chiesta una mazzetta dalla polizia per chiudere un occhio sul suo abusivismo. L’uomo si dette fuoco per protesta e morì dopo giorni di agonia. Esplosero proteste di piazza, represse dal regime di Ben Alì e da lì la situazione degenerò, espandendosi a macchia d’olio in gran parte del mondo arabo.

Italiani si sentono già tartassati

Eppure, parliamo di paesi in cui i diritti civili, economici e politici di milioni di persone venivano violati da decenni e in maniera ben più grave. Possibile mai che una rivolta possa scoppiare per un evento apparentemente futile? Il caso dei sacchetti bio in Italia ci conferma che la psicologia di massa funzionerebbe proprio così. L’italiano medio si sente vittima di uno stato esoso e inefficiente, è consapevole di pagare più tasse che altrove per stare pure peggio. Vi ricordate il caos sul canone Rai in bolletta? Anche in quel caso, si direbbe che molte argomentazioni fossero irrazionali, almeno da parte di chi pagava già la tassa, il quale si è visto alleggerire l’importo pagato dai 112,50 euro a cui era arrivato ai 90 attuali. Il punto, allora come adesso, sarebbe un altro: l’italiano sente di essere considerato un pollo da spennare, nient’altro che un contribuente e raramente un cittadino con diritti.

I sacchetti costeranno pochi centesimi, ma tale costo viene percepito come una truffa. E qui, veniamo a un altro insegnamento che ci proviene da questa storia: la lotta all’inquinamento è bellissima, fino a quando non ci tocca nelle tasche.

Del resto, anche le accise sul carburante servono a disincentivare l’uso degli idrocarburi, eppure sono odiatissime dagli automobilisti. A chiacchiere, siamo tutti favorevoli all’Accordo di Parigi per tagliare le emissioni inquinanti, biasimando chi, come l’amministrazione Trump, ha scelto di ritrarsi. Se leggessimo, però, i costi legati a tale accordo, la percentuale dei favorevoli si ridurrebbe drasticamente, perché nessuno verosimilmente sarebbe disposto a cuor leggero a sobbarcarsi di un onere, che ritiene spetti ad altri. (Leggi anche: Trump sotto attacco sull’Accordo di Parigi, ma ecco perché l’Europa è ipocrita)

Campagna social specchio di scarsa fiducia verso le istituzioni

Più in generale, la polemica sui sacchetti bio ha fatto emergere un’altra verità, ovvero il pregiudizio ormai dilagante tra gli italiani nei confronti della politica. L’idea che il governo abbia introdotto l’ennesimo balzello per favorire un’imprenditrice amica della Leopolda – la manifestazione annuale di Renzi a Firenze – si addice bene alla convinzione comune che le istituzioni non agiscano nell’interesse pubblico, bensì per fare quello di amici, parenti e sostenitori influenti. Agli italiani non importa che la storia in sé sia vera, bastando che appaia verosimile.

Può darsi che la storia venga somatizzata e dimenticata da qui a qualche altro giorno, ma se così non fosse, potrebbe alimentare quello sdegno diffuso in piena campagna elettorale contro i partiti e, in particolare, il governo. D’altra parte, se è una fake news che la Bastioli sia cugina di Renzi e che la sua azienda abbia il monopolio dei sacchetti bio, lo è anche quella del governo, secondo cui l’Italia si sarebbe conformata a una direttiva già applicata in tutta Europa. Falso, siamo l’unico paese ad averla introdotta, gli altri semplicemente calciano il barattolo. E suona davvero strano che per una volta tanto siamo diventati virtuosi (e sull’ambiente), quando generalmente siamo tra gli ultimi a recepire le normative europee.

Cosa ancora più assurda è che si possa immaginare che il governo imponga a un privato di addebitare un costo al cliente, contravvenendo ai più elementari principi su cui si regge il mercato. La campagna social sarà pure esagerata, ma specchio di un Paese del tutto sfiduciato verso i suoi rappresentanti. (Leggi anche: Sacchetti frutta e verdura: tassa sulla spesa?)

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