La Russia di Putin riprende la marcia sul petrolio mai così redditizio

L'economia in Russia si sta riprendendo dalla crisi del petrolio e l'inflazione è scesa ai minimi dalla caduta dell'Urss, mentre i tassi dovrebbero scendere anche nei prossimi mesi.

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L'economia in Russia si sta riprendendo dalla crisi del petrolio e l'inflazione è scesa ai minimi dalla caduta dell'Urss, mentre i tassi dovrebbero scendere anche nei prossimi mesi.

L’economia russa non è più in recessione da tempo, sebbene il dato di novembre abbia disatteso le aspettative, segnalando una contrazione dell’attività. Secondo il Ministro dell’Economia, Maxim Oreshkin, il pil nel 2017 dovrebbe essere cresciuto dell’1,4-1,8%, un po’ meno delle attese di qualche settimana fa. In ogni caso, è un buon momento per la ripresa, dopo il biennio difficile del 2015-’16, quando Mosca ha dovuto affrontare l’emergenza del crollo delle quotazioni del petrolio, da cui dipendeva quasi la metà delle entrate statali e che provocò sia una caduta del pil che un contestuale boom dell’inflazione, a causa del tonfo del rublo.

A ciò si aggiunsero le sanzioni occidentali contro l’occupazione della Crimea, che perdurano a tutt’oggi, nonostante il presidente Donald Trump ambisca personalmente a eliminarle o ad alleggerirle. (Leggi anche: Crisi petrolio, Russia e Venezuela a confronto)

Grazie proprio alla ripresa delle quotazioni petrolifere, l’economia russa può guardare con ottimismo alle prospettive di crescita imminenti, anche perché il rublo è tornato a rafforzarsi, ma meno di quanto avrebbe potuto, con il risultato che oggi come oggi, con un Brent poco sotto i 70 dollari e un cambio contro il dollaro a 56,5, le compagnie petrolifere russe stanno estraendo greggio a prezzi record in valuta locale, ovvero in area 3.930 rubli al barile, più di quando le quotazioni internazionali schizzarono a 115 dollari a metà 2014 e il cambio tra dollari e rublo si attestava poco sopra 34.

Il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha dichiarato che il deficit pubblico atteso per quest’anno sarebbe dell’1,3% del pil, ma di questo passo il bilancio statale potrebbe chiudere persino in attivo. L’ultima volta che accadde era stato nel 2011, quando si registrò un avanzo fiscale dello 0,8% del pil. Più rubli incassati con le esportazioni, infatti, significano più entrate fiscali, oltre che una maggiore crescita economica.

Bassa inflazione e rendimenti in calo

Se i tassi di crescita del pil non appaiono entusiasmanti, quanto meno i russi possono godere di un’inflazione ai minimi in era post-sovietica, pari al 2,5% a dicembre, sotto il target del 4% della Banca di Russia e ben al di sotto del picco del 17%, toccato agli inizi del 2015, all’apice della crisi del petrolio.

I tassi di interesse fissati dall’istituto sono ancora relativamente alti, pari al 7,75%, ovvero oltre 500 punti base i livelli d’inflazione, cosa che lascia supporre che nei prossimi mesi vi saranno nuovi tagli da parte del governatore Elvira Nabiullina. Si consideri che 3 anni fa, i tassi reali (al netto dell’inflazione) erano nulli o di poco negativi.

La bassa inflazione e la prospettiva di tassi in calo stanno sostenendo il comparto obbligazionario, con i rendimenti sovrani a 2 anni scesi in un anno di 130 bp al 6,8% e quelli decennali di 80 bp al 7,4%. Si tratta, in entrambi i casi, dei livelli più bassi da oltre 4 anni. E sempre nell’ultimo anno, il rublo si è rafforzato del 5,5% contro il dollaro, quando mediamente la divisa americana ha perso più del 10% contro le altre valute. Il governo ha riesumato il piano di ricostituzione delle riserve valutarie, interrotto nell’estate di 3 anni fa, puntando a mettere in cascina 500 miliardi di dollari, quasi 150 miliardi in più dei livelli attuali. Ciò dovrebbe limitare i guadagni ulteriori del rublo, una buona notizia per i petrolieri russi, ma anche per la banca centrale, che potrà raggiungere più facilmente al target del 4% d’inflazione.

La ripresa dell’economia russa è essenziale per il presidente Vladimir Putin, che si presenta alle elezioni presidenziali del 18 marzo prossimo senza veri rivali, ma che deve dimostrare al mondo di essere sempre lo zar in sella, pur uscendo dal mandato più difficile, tra crisi geopolitiche ed economica e rapporti ai minimi termini con Europa e USA. Con i sauditi e il resto dell’OPEC, il Cremlino ha siglato un’intesa per contribuire alla riduzione dell’eccesso di offerta di petrolio, tagliando la propria di 300.000 barili al giorno a poco meno di 11 milioni. L’accordo durerà per tutto quest’anno, anche se Mosca segnala l’intenzione di porvi fine in anticipo, avendo raggiunto tutti gli obiettivi e non temendo più un ritorno alle basse quotazioni degli anni passati.

L’industria energetica sarà forse la cassa a cui attingere dopo le elezioni per aumentare la spesa pubblica e stimolare la crescita e i consensi. E insieme alle reiterate sanzioni, rappresenta la più grossa minaccia all’economia russa, che sembra, tuttavia, essersi messa alle spalle il peggio e che ha resistito alla crisi molto meglio delle altre economie petrolio-dipendenti. (Leggi anche: Accordo OPEC, se la Russia tradisce?)

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