Ronaldo alla Juve, com’è stato possibile e perché Agnelli punta sul portoghese

L'operazione Cristiano Ronaldo alla Juve è stata possibile da parte di Andrea Agnelli, grazie a una programmazione durata anni. E ha un senso per i numeri che potrebbe generare, portando il club bianconero ai livelli di spagnole e inglesi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'operazione Cristiano Ronaldo alla Juve è stata possibile da parte di Andrea Agnelli, grazie a una programmazione durata anni. E ha un senso per i numeri che potrebbe generare, portando il club bianconero ai livelli di spagnole e inglesi.

L’affare Cristiano Ronaldo alla Juventus è stato ufficializzato l’altro ieri, al termine di giorni di chiacchiericcio mediatico sempre più difficile da contenere. L’ex attaccante del Real Madrid si trasferisce a Torino per 4 stagioni, grazie a un ingaggio netto di 30 milioni a stagione e a un prezzo di cartellino pagato dal club bianconero per 105 milioni. In tutto, l’operazione costerà nell’arco del quadriennio alla società di Andrea Agnelli non meno di 350 milioni, comprese le provvigioni all’agente Jorge Mendes. Per il calcio italiano, si è trattato dell’acquisto più dispendioso di sempre e ha già il merito di avere rilanciato le quotazioni della Serie A, facendo della Juve uno dei pochi club in Europa a potersi permettere anche solo di avviare una trattativa del genere.

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L’aspetto più interessante della vicenda sta nel fatto che alle spalle della società vi sia una dirigenza solida e non qualche sceicco buttatosi a capofitto nel business sportivo del Vecchio Continente. Vero, la famiglia Agnelli è l’essenza del capitalismo aristocratico italiano, ma l’operazione CR7 non è arrivata grazie a finanziamenti esterni, che semmai la agevoleranno, sempre che fossero confermate le voci di una sponsorizzazione del marchio Jeep o Ferrari in favore dell’attaccante portoghese. Dietro all’affare del secolo c’è un business plan studiato e che la dice lunga sulla distanza che separa, purtroppo, la squadra torinese dal resto del mondo calcistico tricolore.

La lunga marcia della Juve verso la cima europea

Nel giro di appena un lustro, la Juventus è stata in grado di passare da un fatturato di 213 a uno di 562 milioni di euro, diventando da medio club europeo a gigante. Secondo la classifica annuale di Deloitte, si pone al decimo posto in Europa per ricavi e davanti, chiaramente, a tutte le altre italiane. A separarla dal podio mancano ancora sui 100 milioni, una cifra alla portata per un club, che ha dimostrato una capacità di programmazione invidiabile. E dove potrebbe accrescere ulteriormente il suo fatturato? Non certo grazie alla Champions League. Nella stagione 2016/2017, nonostante la bruciante sconfitta accusata contro il Real in finale, i bianconeri hanno vinto la sfida dei ricavi, incassando dalle coppe europee ben 110 milioni di euro, praticamente un quinto del bilancio stagionale.

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Ammesso che CR7 faccia alzare la coppa al club torinese dopo 23 anni, difficile che sia questo il canale attraverso il quale venga ripagato il maxi-costo dell’acquisto eccellente. In effetti, la società mostra ancora di potere fare molto meglio in uno specifico comparto: il merchandising. Mediamente, esso costituisce il 38% dei ricavi delle top 20 europee, ma in casa Juve pesa ancora per il 14%, una percentuale quasi dimezzata rispetto al 25% del 2012, a dimostrazione di come il fatturato sia esploso nel quinquennio grazie ad altri canali, come gli incassi al botteghino, merito dello stadio di proprietà. Se la Juve volesse portarsi ai livelli dei top club europei, dovrebbe triplicare i ricavi derivanti dal canale commerciale, ovvero dalla vendita di gadget, dagli sponsor e dallo sfruttamento dell’immagine. In altre parole, ha spazio per salire di 140-150 milioni per attestarsi intorno alla media Deloitte. E qui si spiega l’operazione CR7. Chi meglio di un asset così prezioso, una vera “cash machine” dello show-biz, potrebbe sostenere tale crescita?

Cristiano Ronaldo è quello che alla Juve mancava per mettersi alla pari con le due grandi spagnole e con le inglesi come Manchester United, Liverpool, Chelsea, Arsenal, etc. I numeri a consuntivo ci diranno se il colpaccio abbia avuto un senso economico compiuto. Di certo, Agnelli è stato l’unico italiano a potersi permettere una siffatta operazione e ha fatto benissimo a compierla, anche perché non si tratterebbe di un reale azzardo, bensì di un investimento realisticamente con ritorni positivi negli anni, se è vero che martedì sera la notizia che campeggiava sulle prime pagine dei quotidiani sportivi e non del mondo non riguardava la semifinale tra Francia e Belgio, bensì il trasferimento di CR7 dal Real alla Juve. E nel mondo del calcio, mostrarsi potenti spesso vale più che arrivare in finale di Champions. Agnelli ha sfoggiato i muscoli, segnalando ai suoi colleghi proprietari di club in Europa che non ha bisogno di petrolio per competere alla pari. E’ bastata una programmazione certosina e al limite della spilorceria durata per anni per irrobustire i bilanci bianconeri e consentire loro di finanziare un’operazione stellare. Che la Serie A prenda spunto, anziché confidare solo nell’effetto “trickle-down” e imitare scioccamente solo il punto di arrivo di un progetto che affonda, invece, le sue radici sulla solidità finanziaria costruita su un’innovazione di stampo inglese.

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Argomenti: Economia nel pallone

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