Roger Bootle: La volontà politica non basta per tenere insieme quest’unione traballante

L'economista Roger Bootle della City e vincitore del Wolfson Prize riconferma che gli aspetti più pericolosi della crisi non sono scomparsi - le banche zombie e l'economia reale - e descrive le modalità più probabili di un crollo dell'euro

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
L'economista Roger Bootle della City e vincitore del Wolfson Prize riconferma che gli aspetti più pericolosi della crisi non sono scomparsi - le banche zombie e l'economia reale - e descrive le modalità più probabili di un crollo dell'euro

di Roger Bootle, The Telegraph –  La forza del mercato azionario quest’anno era dovuta in parte al sollievo per la fine apparente della crisi dell’euro. Ma il mercato è fuori strada. Certo, il panico si è placato. Inoltre, almeno per quanto riguarda i tempi dello scioglimento, gli euroscettici più accesi, me compreso, hanno sbagliato. Pensavo che la Grecia sarebbe uscita fuori dall’euro entro la fine del 2012.  Mea culpa. Ma prima che i miei soliti assalitori eurofiliaci (lo sapete voi chi siete), interpretino questo come un gettare la spugna, mi preme sottolineare che l’ipotesi di un ritiro anticipato della Grecia era sempre una questione di probabilità e di tempi, non dipendeva da una scadenza a dicembre, e ancora non dipende da alcun termine entro la fine di quest’anno o successivamente. Ci sono stati due eventi che hanno fatto la differenza critica. La prima è stata la decisione intorno alla metà dello scorso anno di Angela Merkel, secondo la quale far uscire la Grecia sarebbe stato troppo pericoloso. Questo ha significato che non sarebbe stata cacciata fuori e ha incoraggiato i tedeschi a essere un po’ più flessibili. Il secondo è stato l’annuncio del presidente della BCE, Mario Draghi, nel mese di settembre (con l’acquiescenza della Merkel) che la BCE avrebbe acquistato “senza limiti” le obbligazioni dei paesi vulnerabili – a condizione che fossero soddisfatte alcune condizioni. Di conseguenza, i rendimenti a 10 anni del debito spagnolo e italiano sono scesi di circa 2p. Da sempre, una crisi di rendimento delle obbligazioni non rappresenta la modalità più probabile di un crollo dell’euro, proprio perché, quando si giunge al momento critico, un paese in crisi potrebbe probabilmente essere ancora tenuto a galla in qualche modo.Se un paese dovesse essere costretto ad uscire in modo disordinato, il canale più probabile sarebbe una crisi bancaria, perché i fondi abbandonerebbero il sistema bancario del paese assediato per essere ridepositati nelle banche tedesche, che poi sarebbero indotte a riciclare il denaro al paese debole, con un aumento inesorabile della scala di questi trasferimenti e del rischio associato di perdite. (Questo è il cosiddetto problema TARGET2.). Si dà il caso che come i rendimenti sono scesi, il deflusso dei depositi dai paesi membri più deboli si è invertito. Ma le cose non sono destinate a continuare così.Draghi è riuscito a tirar fuori il trucco notevole di ridurre i rendimenti senza l’acquisto di un singolo bond.Quando ritornerà un po’ di panico, però, dovrà mostrare il colore dei suoi soldi. Secondo i criteri che ha annunciato, per poter beneficiare dell’acquisto dei suoi bond da parte della BCE, un paese deve partecipare a un programma con i fondi di salvataggio della zona euro. Allo stato attuale, tuttavia, questo «esclude l’acquisto dei titoli dei due paesi in questione che più preoccupano gli osservatori dell’euro, vale a dire Spagna e Italia. Questo significa che se i mercati si muovessero in preda al nervosismo su uno dei due, non si potrebbe contare su un intervento immediato della BCE. Dovrebbero chiedere un salvataggio e accettare di essere vincolati dalle condizioni richieste per concederlo, che comporterebbe sia accettare più austerità che sopportare una dose massiccia di umiliazione. Che lo facessero o no, e anche se la BCE acquistando i bond riuscisse a smettere di far crescere i rendimenti delle obbligazioni, i depositi potrebbero riprendere a fuggire da quel paese, e da altri paesi vulnerabili.   USCITA DALL’EURO – Ci sono altre tre vie plausibili per un crollo dell’euro: un paese debole che scegliesse di uscire; un paese debole a cui venisse chiesto di uscire; e un paese forte che scegliesse di uscire. Ognuna di queste opzioni è sempre stata un’ipotesi più remota rispetto al panico sulle banche o sui bond, per la semplice ragione che, nonostante tutte le sollecitazioni, sia l’establishment politico che la gente comune in tutti i paesi dell’euro sono rimasti entro l’orizzonte del progetto dell’euro. E’ solo una questione di tempo, ma i punti di vista possono cambiare. Ciò che contribuirebbe a realizzare un tale cambiamento è un ulteriore deterioramento delle condizioni economiche e la presa di coscienza che nell’assetto attuale non c’è via d’uscita. E in effetti, mentre gli aspetti finanziari della crisi si sono placati, l’economia reale ha continuato a deteriorarsi.Certo, la Germania recentemente sembra andare un po’ meglio. Ma la Francia sembra andare molto peggio.Inoltre, in Spagna, Grecia e Portogallo la situazione rimane triste, con un livello di disoccupazione addirittura spaventoso. Se l’economia continua a essere così debole, la tensione crescerà. Nei paesi più deboli, monterà l’esasperazione, insieme alla necessità di un’assistenza esterna.Nei paesi più forti crescerà l’allarme sulle dimensioni della necessaria assistenza finanziaria, attuale e futura. Nel frattempo, i negoziati per muoversi verso un qualche tipo di unione fiscale e politica diventeranno rissosi, e nel processo diventerà chiaro a tutti quel che comporta mantenere insieme tutta questa baracca. E’ perfettamente possibile, nondimeno, che questa struttura traballante alla fine crolli.La volontà politica è ancora lì presente per sostenerla. Ma intendiamoci, questa, di per sè, non è sufficiente. Deve essere accompagnata da un’azione, e il conto da pagare per questa azione sarà in aumento. La crisi dell’euro non è finita. E’ in tregua. Ci sono ancora molti episodi che devono svolgersi.   Roger Bootle è uno dei maggiori economisti della City, vincitore del Wolfson Economics prize Articolo originale: Keeping this rickety union together calls for more than political will  

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Argomenti: Crisi Euro