Rivalutazione pensioni, giudici confermano: contributi versati sono inutili

Scioccante, anche se scontata, decisione della Consulta: diritti dei pensionati comprimibili per esigenze di finanza pubblica. Guai, però, a toccare le pensioni d'oro.

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Scioccante, anche se scontata, decisione della Consulta: diritti dei pensionati comprimibili per esigenze di finanza pubblica. Guai, però, a toccare le pensioni d'oro.

Non basta la mazzata in arrivo dal 2019, quando per l’aumento della longevità media rilevata dall’Istat, l’età pensionabile scatterà automaticamente a 67 anni, salendo di ulteriori 5 mesi per uomini e donne; adesso arriva pure la notizia del respingimento del ricorso di alcuni giudici contro il governo da parte della Corte Costituzionale sulla rivalutazione delle pensioni. Che cos’è accaduto? Per spiegarvelo, dobbiamo fare un passo indietro.

Era la fine del 2011 e sull’emergenza spread, l’appena nato governo Monti emanava il famoso “Decreto Salva Italia”, che tra le altre cose bloccava per il biennio 2012-2013 la rivalutazione annua degli assegni previdenziali per gli importi superiori a 3 volte il trattamento minimo, ovvero per quelli dai circa 1.450 euro lordi al mese. Nel 2015, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, aveva dovuto fronteggiare una nuova emergenza, determinata stavolta proprio dalla Consulta, che aveva giudicato il blocco di 4 anni prima incostituzionale. (Leggi anche: Sistema pensionistico in Italia fallito, cosa ci insegna il modello cileno)

Ecco, quindi, che Poletti era corso ai ripari, restituendo solo parzialmente il “maltolto” ai pensionati, prevedendo un tetto del 40% per gli assegni di 3-4 volte il minimo, del 20% per quelli di 4-5 volte il minimo e del 10% per quelli di 5-6 volte il minimo. In altre parole, se un pensionato con assegno pari a 4 volte il minimo avesse perso dal blocco del biennio 2012-2013 un importo complessivo pari a 100, l’Inps gliene ha restituiti solo 40. Alla base di tale decisione, vi era la necessità di preservare i conti pubblici, visto che l’avvocato dell’ente previdenziale, Luigi Caliulo, che si è opposto ai ricorsi, ha paventato il rischio di un esborso da 30 miliardi di euro, nel caso in cui questi sarebbero stati accolti. La Consulta ha dato ragione proprio all’Inps, sostenendo che il famoso “bonus Poletti” sarebbe stato un giusto bilanciamento tra diritti del pensionato ed equilibrio dei conti pubblici.

Ora, facciamo una premessa doverosa: non siamo certamente dinnanzi a un dramma sociale. Ad essere stati colpiti dal blocco temporaneo della riforma Fornero sono stati gli assegni più fortunati, anche se 1.450 euro lordi, a dirla tutta, in alcune realtà italiane e specie se si unici titolari di reddito in famiglia, non sarebbero affatto un mega-assegno.

Sarà anche per questo che il governo Renzi si è potuto permettere due anni fa di rimborsare solo parzialmente tali pensionati, non essendovi stata tra l’opinione pubblica una reazione indignata.

Principio allarmante: pensionati possono essere “scippati”

Tuttavia, qui siamo in presenza di un principio allarmante, sulla base del quale i giudici ci spiegano che i diritti dei pensionati possono essere intaccati e compressi per esigenze di finanza pubblica. Perché allarmante? Semplice: le pensioni sono il frutto dei versamenti di contributi nell’arco di decenni di carriera lavorativa, non una regalia dello stato. Certo, è pur vero che il sistema previdenziale italiano è fondato ad oggi su una debole corrispondenza tra importi degli assegni e contributi effettivamente versati, essendo stato il metodo di calcolo applicato di tipo retributivo. Così stando le cose, molto più legittimo sarebbe per lo stato ricalcolare, in tutto o in parte, gli assegni più alti sulla base del metodo contributivo, legando maggiormente le pensioni ai contributi. E sapete qual è il bello? Che proprio la Consulta giudica una simile scelta incostituzionale, ritenendo che i diritti “acquisiti” non siano violabili.

Per riassumere l’assurdità di cui discutiamo: per i giudici appare “equilibrato” che lo stato neghi ai pensionati titolari di assegni medio-alti il diritto alla rivalutazione annua, mentre considera illegittimo che lo stesso stato ricalcoli gli assegni più alti sulla base dei contributi versati, un fatto che concilierebbe equità sociale ed esigenze di finanza pubblica. Pensando malignamente, diremmo che qualcuno vorrebbe tutelarsi le pensioni d’oro tra gli alti ranghi dell’ordinamento giudiziario italiano, mentre i diritti dei soliti noti diventano sacrificabili. (Leggi anche: Pensioni a 67 anni: scontro tra libertà e dirigismo)

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