Board BCE, Draghi starà attento ad allontanare la sindrome giapponese

La riunione odierna della BCE arriva in un momento poco chiaro sull'andamento dell'economia nell'Eurozona. E sullo sfondo c'è il timore di una stagnazione secolare o anche "sindrome giapponese".

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La riunione odierna della BCE arriva in un momento poco chiaro sull'andamento dell'economia nell'Eurozona. E sullo sfondo c'è il timore di una stagnazione secolare o anche

Cosa segnalare alla conferenza stampa post-board di questo pomeriggio, nel bel mezzo di dati economici contrastanti? L’umore delle imprese nell’Eurozona sembra essere peggiorato negli ultimi mesi, specie in Germania, prima economia del Vecchio Continente. D’altra parte, uno studio della Commissione europea rivela che le banche sarebbero più propense a prestare denaro nell’area. Non si è ancora ben compreso se siamo dinnanzi a un rallentamento della crescita del pil o a una pausa, dopo che il 2017 si è rivelato molto meglio delle previsioni iniziali. Preoccupano vari fattori, tra cui una possibile guerra commerciale tra le grandi potenze mondiali, così come le tensioni geopolitiche (Russia, Siria, etc.) e non rassicura nemmeno l’instabilità politica italiana. Il governatore della BCE, Mario Draghi, dovrà stare molto attento oggi a dosare le parole e persino le espressioni facciali. Se si mostrasse preoccupato, i mercati da un lato capterebbero un prolungamento possibile del “quantitative easing”, dall’altro temerebbero che la crescita nell’Eurozona si stia già spegnendo. Viceversa, se ostentasse tranquillità, le banche, in particolare, si sentirebbero spronate a fare credito, ma al contempo si preparerebbero a un rialzo dei tassi più vicino.

Il vero terremoto per l’euro sarà con l’addio di Draghi alla BCE

La Svezia oggi ha segnalato di non volere alzare i tassi fino alla fine dell’anno. Il target d’inflazione resta lontano, come non è stato centrato da altre banche centrali, come la BCE nell’Eurozona o la SNB in Svizzera. E tutti i governatori, pur non citandola mai, appaiono terrorizzati dalla prospettiva di rivivere la cosiddetta “sindrome giapponese”. Negli ultimi 20 anni, l’inflazione cumulata in Giappone è stata di appena il 3%, ovvero la terza economia mondiale ha registrato una crescita media dei prezzi dello 0,15% all’anno, a fronte di una crescita del pil modesta (+1,4%), trainata a colpi di spesa pubblica, con il rapporto debito/pil ad essere esploso dal 100% a oltre il 250% del pil, percentuale più alta al mondo.

Draghi teme il ripetersi del caso Giappone

Il caso di Tokyo segnala, anzitutto, che una volta che la bassa inflazione attecchisce, essa non si riesce a debellare facilmente, nemmeno con stamperie incessanti di moneta o accumulando deficit su deficit. Tante le ragioni possibili di questo trend frustrante, tra cui il raggiungimento di una maturità tecnologica (e in piena globalizzazione) che spinge in basso i prezzi, ma anche un invecchiamento della popolazione che contiene i consumi, nonché fattori culturali, come la propensione dei giapponesi a lavorare ben oltre l’orario ufficiale settimanale. Si stima che tra un quarto e un quinto dei lavoratori nipponici restino sul posto di lavoro anche oltre 50 ore a settimana, percentuale doppia che negli USA. Più lavoro equivale a minore tempo libero. Si consideri, poi, che il tasso di occupazione nipponico resta nettamente più basso della media OCSE (59% contro 66%), a riprova che le condizioni dell’economia asiatica siano tutt’altro che esaltanti come tendiamo a credere.

Gli stereotipi sulla sindrome giapponese

Molti fattori di freno ai prezzi si hanno anche nell’Eurozona, per cui Draghi è consapevole che gli stimoli monetari potrebbero rendersi ancora necessari, anche perché, a differenza che in Giappone, la leva fiscale non è un’opzione utilizzabile. Certo, l’euro non è un porto sicuro per i capitali, a differenza dello yen che li attira dal resto del mondo, rafforzando i tassi di cambio contro le altre valute e praticamente importando così deflazione. Ma l’America di Donald Trump punta sul dollaro debole e il rischio di ritrovarsi ad essere il Giappone di fine anni Ottanta, quando l’Accordo di Plaza fece impennare lo yen e precipitò negli anni il Sol Levante nella stag-deflazione esiste. E Draghi non vuole concludere il mandato con un passo falso.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari

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