Riunione BCE, cosa dobbiamo attenderci da Draghi oggi

La BCE di Mario Draghi si riunisce oggi per decidere sui tassi e gli stimoli monetari. Mancano pochi giorni al ballottaggio in Francia, che cosa dovremmo aspettarci?

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La BCE di Mario Draghi si riunisce oggi per decidere sui tassi e gli stimoli monetari. Mancano pochi giorni al ballottaggio in Francia, che cosa dovremmo aspettarci?

Si riunisce per la terza volta quest’anno il board della BCE oggi, chiamato a fare il punto sulla politica monetaria per l’Eurozona. L’appuntamento cade nel mezzo tra i due turni delle elezioni presidenziali in Francia e dopo un mese di marzo, in cui l’inflazione è scesa nell’area dal 2% all’1,5% e quella “core” ha decelerato dallo 0,9% allo 0,7%, mentre la congiuntura economica sembra nella sua forma migliori da sei anni.

Ieri, il cambio euro-dollaro ha bruciato parte dei guadagni messi a segno con l’esito del primo turno di domenica scorsa in Francia, in buona parte a causa del rafforzamento del biglietto verde, dopo che il governo USA ha annunciato “il più grande taglio delle tasse di tutti i tempi”.

C’è attesa per quanto questo pomeriggio dirà il governatore Mario Draghi in conferenza stampa. Soltanto al termine della settimana scorsa, ha espresso la possibilità di un rafforzamento del “quantitative easing”, il piano di acquisti di assets nell’Eurozona, intravedendo rischi al ribasso sia per la crescita che per l’inflazione. Non sappiamo se la vittoria del candidato centrista Emmanuel Macron al primo turno possa averlo confortato, ma sembra che il linguaggio successivamente al board odierno non dovrebbe mutare. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi pronto a rafforzarlo)

Le ragioni della cautela di Draghi

In primis, Draghi non può ritenersi soddisfatto del tasso d’inflazione, che ha ripiegato a marzo, al primo accenno di indebolimento delle quotazioni del petrolio, confermando quanto egli stesso avesse sostenuto nei mesi precedenti, ovvero che la rapida accelerazione dei prezzi nell’area fosse per lo più dovuta alla corsa del greggio. Questa si è fermata, con le quotazioni tornate intorno ai 50 dollari al barile. Prima del prossimo vertice OPEC di fine maggio, non sapremo quale direzione esse assumeranno, ovvero se in aumento verso i 60 dollari, nel caso il cartello decidesse di estendere i tagli alla produzione di novembre, o se in calo verso i 40 dollari, come si prevede, nel caso un simile accordo non fosse trovato.

Sarebbe abbastanza incauto per Draghi oggi segnalare un cambio di linguaggio sui tassi, perché a distanza di una decina di giorni dal ballottaggio in Francia, rischierebbe di provocare tensioni sui mercati finanziari, le quali a loro volta potrebbero influire sull’esito stesso della consultazione popolare. Per non parlare del fatto che porre fine alla “forward guidance”, per la quale i tassi saranno mantenuti bassi a lungo o tagliati a un livello inferiore a quello attuale, restringerebbe le opzioni future in mano alla BCE. Meglio non legarsi le mani, quindi, dal punto di vista dell’istituto, piuttosto che essere costretti in futuro a rimangiarsi la parola data, dovendo tagliare i tassi. (Leggi anche: Crescita Eurozona al top da 6 anni, ma a Draghi viene il mal di testa)

Il cambio di linguaggio a giugno?

Draghi sa sopra ogni cosa, che se oggi decidesse di abbandonare il riferimento ai “tassi futuri più bassi”, si taglierebbe i ponti alle spalle e non potrebbe facilmente tornare indietro nel caso di bisogno, se non al costo di intaccare la credibilità sua e della BCE. Prima di compiere un simile passo, dovrà attendere che l’inflazione attecchisca al livello desiderato, ovvero che tenda stabilmente e per diversi mesi al 2%.

Se oggi si mostrasse più “falco” di solo qualche giorno fa, la reazione dei mercati sarebbe un rafforzamento dell’euro e un aumento dei rendimenti sovrani. Ceteris paribus, equivarrebbe ad avere prezzi più bassi per i beni importati (materie prime incluse) e maggiori pressioni sui bilanci statali per il rifinanziamento dei debiti in scadenza, quando ancora la crescita economica nell’area appare moderata e nemmeno ben distribuita.

L’ipotesi più plausibile è, quindi, che Draghi voglia attendere il board di giugno per cambiare linguaggio. Per allora, confidando che alla presidenza francese vi sia Macron e che l’OPEC abbia esteso i tagli alla produzione del petrolio, supportandone i prezzi, l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi a ridosso del target di quasi il 2%, mentre la crescita nell’area potrebbe accelerare. Sarebbero le condizioni ideali per iniziare a testare la reazione dei mercati al “tapering” annunciato, come avvenne quattro anni fa negli USA, quando l’allora governatore Ben Bernanke avvertì che entro la fine dell’anno avrebbe iniziato a ridurre gli stimoli monetari.

Nell’Eurozona, questi “scadono” a fine dicembre, ma molto probabilmente verranno estesi a dosi decrescenti fino alla metà dell’anno prossimo. (Leggi anche: Quantitative easing e tassi BCE, stretta si allontana e l’euro cede)

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