Il ritorno al proporzionale è la vendetta di Berlusconi contro la sinistra

La legge elettorale sul modello proporzionale sarebbe solo l'ultima di una lunga vendetta di Silvio Berlusconi contro la sinistra italiana, che dopo la decadenza del Cav dal Senato è semplicemente scomparsa.

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La legge elettorale sul modello proporzionale sarebbe solo l'ultima di una lunga vendetta di Silvio Berlusconi contro la sinistra italiana, che dopo la decadenza del Cav dal Senato è semplicemente scomparsa.

La vendetta è un piatto che va servito freddo. Anche in politica. E una vendetta politica con molta calma è quella che si starebbe consumando in questi anni ai danni della sinistra italiana, “ordita” niente meno che dall’ex premier Silvio Berlusconi, suo acerrimo nemico in quasi un quarto di secolo. Per capire di cosa parliamo, dobbiamo risalire proprio agli albori della discesa in campo del patron di Fininvest. Era il 1994 e mentre in Italia si teneva una conferenza internazionale contro la mafia, l’allora premier veniva raggiunto da un avviso di garanzia per presunte tangenti elargite alla Guardia di Finanza per alleggerire i controlli sulle sue società.

Era il 22 novembre, data che segna l’inizio di un calvario giudiziario per il politico-magnate, che si conclude apparentemente solo nell’autunno del 2013, quando a seguito della sentenza di condanna definitiva in Cassazione per il caso Mediatrade, avvalendosi della legge Severino, che fa decadere i parlamentari colpiti da condanne in via definitive, il Senato vota a maggioranza di estrometterlo dai propri membri. L’ex premier sconta la condanna agli arresti domiciliari e un periodo trascorso al servizio della casa di cura per anziani a Cesano Boscone. Più che di una pena, si tratta di un’umiliazione politica e personale per un uomo, che oltre ad essere tra i più ricchi d’Italia da decenni, è stato anche presidente del consiglio per un numero complessivo di dieci anni. (Leggi anche: 2017 anno dell’Apocalisse per la sinistra)

Il presunto legame tra sinistra italiana e giustizia

Il periodo giudiziariamente più drammatico è stato per lui forse quello risalente ai suoi ultimi mesi a Palazzo Chigi, quando dovette difendersi dall’accusa infamante di prostituzione minorile.

E’ il caso Ruby, che scuote le cronache politiche non solo italiane. Da lì, la credibilità sempre meno solida dell’Italia all’estero con conseguente crisi dello spread e risatine in conferenza stampa tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy.

Cosa c’entra tutto ciò con la sinistra italiana? Berlusconi ha sempre sostenuto l’esistenza di un legame tra le cosiddette “toghe rosse” e il PCI-PDS-DS-PD. A suo sostegno, porta la tesi di una sinistra risparmiata da tangentopoli prima e trattati dai giudici con i guanti in seguito. Due pesi e due misure, spiega, che proverebbero il legame tra settori “deviati” della magistratura e una parte della politica italiana. (Leggi anche: Fuga dalla sinistra in Italia e Francia)

Finisce Berlusconi, ma non il berlusconismo

Tesi ardita, difficile da dimostrare, mentre non vi è dubbio che la sinistra abbia cavalcato la tigre giudiziaria contro il Cav, apparentemente senza successo sul piano elettorale fino al 2013, quando riuscì nell’impresa storica di far decadere Berlusconi dalla carica di senatore, archiviandone la carriera politica. La vittoria della sinistra è arrivata, seppure con un ritardo di quasi venti anni rispetto alle attese. Ma è stata una vittoria di Pirro, perché per ironia della sorte, è con la fine del berlusconismo che inizia un suo declino forse fatale.

Berlusconi viene sbattuto fuori da Palazzo Madama come un criminale comune. Forza Italia insorge e si chiude a riccio, esce dal governo Letta, sostenuto ora solo dal PD e da un gruppo di centristi appartenenti al gruppo di Mario Monti, affiancato dagli uomini di Angelino Alfano, che decidono di rompere con il Cav. Poche settimane dopo, l’allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi, vince le primarie del PD con un programma prettamente centrista e di rottura con la tradizione della sinistra. Enrico Letta, quello che avrebbe dovuto rimanere “sereno”, secondo un famoso tweet del segretario dem, viene sloggiato da Palazzo Chigi. (Leggi anche: Accordo Berlusconi-Renzi per fregare Grillo)

La scissione del PD

Nasce il governo Renzi, incubo per quella sinistra, che dopo avere combattuto per un ventennio il berlusconismo, praticamente se lo ritrova in casa.

L’opposizione di Forza Italia è tiepida, anche perché il suo leader è politicamente inagibile e non possiede altre carte da giocare. Arrivano le elezioni europee, il PD trionfa oltre ogni attesa con un risultato eclatante del 40,8%, segno che la sua base si è allargata a quello che era stato il centro-destra di matrice berlusconiana.

Il resto è cronaca. Dissidi sempre più violenti tra premier e sinistra del PD, esplosi con il referendum costituzionale, quando la seconda, pur avendo votato in Parlamento tutte le riforme della Carta Fondamentale, decide di invitare gli elettori a votare contro. Renzi è sconfitto alle urne, si dimette. Nasce il governo Gentiloni, il terzo della legislatura. La sinistra del PD chiede la convocazione del congresso di partito, la ottiene, ma decide di uscirne in polemica con il segretario, formando il Movimento Democratico e Progressista. (Leggi anche: Referendum costituzionale, Renzi rischia di perdere tutto con la sconfitta)

Ritorno al proporzionale

Passano le settimane, a fine aprile Renzi stravince le primarie del PD e rilancia il tema della riforma della legge elettorale, necessaria prima della scadenza della legislatura, altrimenti avremmo un sistema di voto differente tra Camera e Senato e quasi matematicamente porterebbe all’ingovernabilità. Tratta con Berlusconi la riscrittura delle regole e alla fine, con la benedizione straordinaria anche di Beppe Grillo e Matteo Salvini, arriva l’accordo: legge proporzionale con sbarramento al 5%. E’ la fine delle coalizioni, del bipolarismo all’italiana, ma soprattutto, forse, della sinistra.

Con questa legge, se fosse approvata in Parlamento, la sinistra difficilmente arriverebbe al 5%, rischiando di restare esclusa sia da entrambe le Camere alle prossime elezioni. E se vi arrivasse, la prospettiva più concreta sarebbe una sua marginalità politica, perché o Renzi si accorda con Berlusconi per questioni di numeri o nel caso vincesse, potrebbe anche optare per un’alleanza con la sinistra, ma certamente con questa relegata in un ruolo di subordinazione, vuoi per le percentuali poco brillanti che dovrebbe ottenere, vuoi anche per la minaccia sempre possibile e credibile di una maggioranza alternativa.

(Leggi anche: Berlusconi divorzia dai suoi elettori con la voglia di proporzionale)

La maledizione “postuma” di Berlusconi

Chi lo avrebbe mai potuto pensare a sinistra che la fine di Berlusconi avrebbe coinciso con il periodo più nero per la propria storia? Certo, il fenomeno sembra essere europeo, per non dire globale, ma in Italia l’area che fa riferimento alla storia dell’ex PCI ha ormai una dimensione residuale, tale da non incidere nemmeno sul dibattito politico, come dimostrano da ultimo le polemiche sui voucher e prima ancora sulla gestione della politica fiscale, la riforma del lavoro (Jobs Act), della Costituzione, della Pubblica Amministrazione e sulla stessa idea di governo e di partito.

Per paradosso, Berlusconi è più vivo che mai, perché se in venti anni di esperienza politica non fu mai in grado di contenere l’assalto mediatico della sinistra italiana sulla giustizia e non solo, adesso sembra essere riuscito nell’intento, ma “esternalizzando” il compito, ovvero passando il testimone a Renzi, di cui il Cav non si fida (vedi l’elezione turbolenta di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica), ma che non a caso ha confidato ai suoi pochi giorni fa di averlo in simpatia, non fosse altro perché sarebbe riuscito finalmente a “eliminare i comunisti”. (Leggi anche: Renzi e Berlusconi pronti a governare insieme)

 

 

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