Economia italiana, crisi letta attraverso i risultati del referendum

I risultati del referendum costituzionale sono ormai materia di archivio: il 60% degli elettori ha votato contro le riforme istituzionali del governo Renzi, il 40% a favore. A votare sono andati a votare due aventi diritto su tre. E’ il migliore dei sondaggi possibile e lo studio dei flussi all’uscita dei seggi ha permesso già […]

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I risultati del referendum costituzionale sono ormai materia di archivio: il 60% degli elettori ha votato contro le riforme istituzionali del governo Renzi, il 40% a favore. A votare sono andati a votare due aventi diritto su tre. E’ il migliore dei sondaggi possibile e lo studio dei flussi all’uscita dei seggi ha permesso già […]

I risultati del referendum costituzionale sono ormai materia di archivio: il 60% degli elettori ha votato contro le riforme istituzionali del governo Renzi, il 40% a favore. A votare sono andati a votare due aventi diritto su tre. E’ il migliore dei sondaggi possibile e lo studio dei flussi all’uscita dei seggi ha permesso già a caldo ai politologi di comprendere tra chi e dove il premier abbia perso e di risalire alle ragioni di questa sonora sconfitta.

Partiamo dal dato geografico: il “no” ha vinto in 17 regioni su 20. Le uniche eccezioni sono state il Trentino-Alto-Adige, l’Emilia-Romagna e la Toscana. Da notare come queste ultime due siano storicamente “rosse”, ma al contempo abbiano esitato solamente una leggera vittoria del “sì” con rispettivamente il 50,4% e il 52,5%.

Tutto il Nord, l’area più ricca e produttiva d’Italia ha votato a grande maggioranza contro il governo, ma se in Lombardia si ha un “no” al 55,5%, sotto la media nazionale, in Veneto, Friuli-Venezia-Giulia e Liguria si registrano percentuali sopra il 60%. (Leggi anche: Referendum, ecco dove ha vinto il SI)

Protesta dilaga al Sud

Ma l’apice dei consensi contro si è avuto al Sud, con picchi di oltre il 70% nelle Isole maggiori, ma anche nella Campania di Vincenzo De Luca e nella Puglia di Michele Emiliano, due big del PD, si hanno rispettivamente un “no” al 68,5% e un 67,2%.

Cosa significano questi dati? A rivoltarsi maggiormente contro l’esecutivo sono state, anzitutto, le aree economicamente più deboli, che continuano a patire una disoccupazione dilagante, specie tra i giovani, redditi bassi, infrastrutture carenti e alta incidenza della povertà tra le famiglie. Ma anche le zone più ricche, come il Nord Est, affollate dalle partite IVA, hanno bocciato senza appello la politica economica di Matteo Renzi, segno che non solo i disoccupati e i lavoratori a basso reddito, ma anche il popolo degli autonomi e dei piccoli imprenditori sia molto insofferente allo stato delle cose. (Leggi anche: Economia italiana ferma, serve linguaggio della verità)

 

 

 

 

Giovani in massa contro il governo

Passando dall’analisi geografica a quella dei risultati per classi di età, Quorum per Sky TG 24 ha trovato che solo il 19% dei giovani tra i 18 e i 34 anni (cosiddetti “Millenials”) avrebbe votato in favore delle riforme, salendo solamente al 33% nella fascia tra i 35 e i 54 anni e prevalendo con il 53% tra gli over 55.

Numeri eclatanti, che testimoniano il fallimento totale delle politiche del governo, improntate sui bonus, come quello da 500 euro per gli ingressi ai musei, teatri e cinema per i diciottenni, ma che non hanno certamente alleviato le sofferenze della parte della popolazione oggi con prospettive occupazionali e di reddito più carenti dinnanzi a sé.

Abisso tra giovani e istituzioni

Che solamente tra la popolazione più anziana sia emersa la vittoria potrebbe apparire un paradosso: il premier più giovane della storia d’Italia, il “rottamatore” per eccellenza della vetusta classe politica, è stato rottamato a sua volta proprio dai giovani, giovanissimi e mezzi giovani del nostro paese. Non un risultato a caso, se è vero che negli ultimi tempi, l’unico reale interesse mostrato da Palazzo Chigi sia stato nei confronti dei lavoratori a ridosso dell’età pensionabile, attraverso misure per l’anticipo del primo assegno, nonché dei pensionati, con proposte di aumento delle pensioni minime, dell’aumento della platea dei percipienti la quattordicesima, etc. (Leggi anche: Così l’Italia scommette sugli anziani)

Aldilà del voto sul governo dimissionario, questi dati forniscono spunti molto interessanti sul disagio fortissimo sul piano economico di parte consistente degli italiani, ci parlano di un ceto medio che vive nel terrore dell’impoverimento e di una rivolta democratica dei più giovani, le cui distanze rispetto alle istituzioni è ormai abissale e persino preoccupante.

 

 

 

 

Dopo Renzi non si avvertono risposte credibili

Chi spera che con le dimissioni di Renzi si arrivi a una sorta di “riavvicinamento” tra elettori e istituzioni s’illude di grosso. Di questi risultati ne conteremo diversi, se non si risolvono al più presto i mali dell’economia italiana, ovvero la scarsa occupazione, il divario ormai plurisecolare, ma nuovamente crescente tra Nord e Sud, se non si danno risposte a quell’ampia fascia di mezzo tra lavoro dipendente e autonomo, oggi maltrattata da leggi fiscali punitive e da una burocrazia soffocante, che crea ansie e riduce opportunità.

Caduto un Renzi, se ne farà un altro. Il guaio è che non esistono, oggi come oggi, nemmeno le condizioni parlamentari per dare vita a un governo, che sia in grado di rispondere con efficacia e tempestività alle storture della nostra economia. Perderemo quasi certamente più di un anno a parlare di legge elettorale, alleanze, alchimie politiche, austerità sì o no, ma senza affrontare alcun nodo specifico. Le istanze di quel 60% che l’altro ieri si è espresso con chiarezza sono destinate con ogni probabilità a restare disattese a lungo, con quali esiti sulla tenuta democratica dell’Italia, non è dato capire. (Leggi anche: Economia italiana, dopo il referendum sorprese amarissime)

 

 

 

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