Risultati elezioni regionali e referendum: l’impatto su governo e centro-destra

Pareggio tra centro-destra e centro-sinistra alle elezioni regionali, mentre al referendum sul taglio dei parlamentari stravince il "sì". Ecco i leader che avanzano e gli altri che arretrano dopo il voto.

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Pareggio tra centro-destra e centro-sinistra alle elezioni regionali, mentre al referendum sul taglio dei parlamentari stravince il

Quando è ancora in corso lo spoglio per le elezioni regionali, emerge nitida la vittoria del “Sì” al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari con quasi il 70%, una percentuale inferiore a quella che tutti i sondaggi registravano all’inizio della campagna, ma comunque in linea con le attese. Sulle 7 regioni al voto, quasi certamente 3 andranno al centro-sinistra (Toscana, Campania e Puglia) e 3 al centro-destra (Veneto, Liguria e Marche), con la Lega prima lista in Valle d’Aosta, dove il governatore non viene eletto direttamente. L’unico passaggio da una coalizione all’altra si è avuto, quindi, nelle Marche, dove il nuovo governatore è il candidato di Fratelli d’Italia, Francesco Acquaroli, primo a “strappare” al centro-sinistra la guida della regione, fino a poche ore fa roccaforte “rossa”.

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I risultati più attese per le conseguenze nazionali erano in Toscana e Puglia. In entrambe, la sinistra tiene le amministrazioni e la leghista Susanna Ceccardi, pur superando il 40% dei consensi, è staccata di almeno 8-9 punti dal candidato del PD, Eugenio Giani. Stessa distanza separerebbe l’uscente Michele Emiliano da Raffaele Fitto in Puglia, dove il candidato di Giorgia Meloni non bissa il successo di Ancona per il partito.

Tirando le somme, ci troviamo di fronte a un pareggio sul piano politico: il centro-sinistra perde una regione, ma il centro-destra non dilaga. Il PD può dirsi soddisfatto, vuoi perché schierandosi furbescamente a favore del “Sì” al referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari adesso riporta formalmente una vittoria, vuoi anche perché è riuscito a contenere i danni.

Il governo non rischia

Il Movimento 5 Stelle esce vincitore sul referendum, essendosi schierato più di tutti per il “Sì” e avendo sostenuto la riforma in Parlamento insieme alla Lega e Fratelli d’Italia, ma nei fatti si liquefà sul piano dei consensi.

In Puglia, regione pentastellata per eccellenza e da cui proviene il premier Giuseppe Conte, ottiene un miserrimo 11%. In Liguria, dove ha sostenuto il candidato del centro-sinistra, Ferruccio Sansa, si è rivelato del tutto inutile per la vittoria di questi, il quale è rimasto nettamente staccato dal governatore uscente Giovanni Toti. In un certo senso, l’esperimento di Genova, patria del fondatore dei 5 Stelle, Beppe Grillo, non è riuscito, segnale che il PD e lo stesso M5S potrebbero cogliere come l’indisponibilità dei rispettivi elettorati a stringere alleanze precostituite.

E la Lega? Ottiene il trionfo di Luca Zaia, che in Veneto ha stravinto con oltre il 75% dei consensi, ma il “doge” non è uomo di Matteo Salvini e, anzi, le altissime percentuali ottenute anche come lista, triplicando quelle del Carroccio, ne insidiano la leadership nel partito. Invece, esce vincente Giorgia Meloni, dato che Fratelli d’Italia sarebbe (lo spoglio non è ancora concluso) l’unico partito ad essere cresciuto. In più, ha conquistato clamorosamente le Marche, mentre l’alleato si è dovuto accontentare del primo posto in Valle d’Aosta. Male Forza Italia, ma ormai non è più una novità da anni. Stefano Caldoro è stato umiliato da Vincenzo De Luca, ottenendo circa un quinto dei voti del governatore uscente.

Non pervenuta Italia Viva di Matteo Renzi, sebbene Giani in Toscana sia ritenuto un uomo vicino all’ex premier. In definitiva, nella maggioranza si rafforza il PD e s’indebolisce l’M5S, tra le opposizioni avanza Fratelli d’Italia e arretra la Lega. Nel governo, Nicola Zingaretti avrà buon gioco a pretendere un rimpasto a favore del Nazareno, mentre tra le opposizioni la Meloni può seriamente coltivare sogni di premiership. La posizione di Giuseppe Conte non sarebbe a rischio, ma non lo sarebbe stato nemmeno nel caso di disfatta totale ai seggi dei due principali partiti che lo sostengono in Parlamento.

Un pareggio, che nulla aggrava e nulla toglie alle tensioni dentro la maggioranza nei prossimi mesi.

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