Ristoranti e bar chiusi faranno male anche al pistacchio di Bronte

L'alimento Dop starebbe accusando la crisi dei consumi e rischia il peggio con la chiusura di bar e ristoranti di sera.

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Perché anche il pistacchio di Bronte rischia la crisi

Se diciamo pistacchio, ci viene subito alla mente Bronte, la cittadina della provincia di Catania in cui il frutto così tanto consumato nel mondo si produce in Italia. E si tratta di una Denominazione di origine protetta (Dop). Basti guardare ai prezzi di vendita all’ingrosso per capire che si tratta di un prodotto di altissima qualità. Nel 2019, un kg venne venduto in Italia a 13,51 dollari, più dei 12,86 della Russia, dei 12,17 degli USA e per non parlare dei 3,57 dell’Iran. Certo, in volume Bronte e l’Italia producono poco più dello 0,10% della quantità mondiale, cioè qualcosa come circa 3.800 tonnellate ogni due anni. Il ciclo di raccolta è, infatti, biennale. Per contro, l’Iran guida la classifica con 571 mila, seguito da USA (484 mila) e Turchia (267 mila). Insieme, questi tre paesi rappresentano l’88% della produzione e il 69% del valore di mercato.

Quest’anno, la tipica sagra del pistacchio che a fine settembre si tiene a Bronte non c’è stata, causa Covid. Ma il vero danno al mercato arriva dai consumi. Che cosa succede? Il governo Conte ha appena emanato l’ennesimo Dpcm, che introduce nuove restrizioni con l’imposizione del coprifuoco alle ore 23 e della chiusura alle ore 18 per bar e ristoranti. L’obiettivo dichiarato è di frenare i contagi, colpendo la movida. Ma il pistacchio, in un certo senso, è legato al divertimento, alla socialità. Esso viene perlopiù consumato come snack in compagnia e molto utilizzato negli aperitivi e in gelateria.

Consumi di pistacchio a rischio

Sono proprio questi momenti di convivialità a venire meno con il semi-lockdown e che rischiano di ridurre considerevolmente i consumi di pistacchio. Per contro, il prodotto trova diffusa applicazione in pasticceria ed è probabile che molte famiglie in Italia s’ingegneranno nelle prossime settimane a cucinare di più dolci a casa, come fondamentalmente è avvenuto nella primavera scorsa.

Ma sarebbe la stessa cosa? Rimpiazzare i consumi al bar e al ristorante non è così semplice come pensiamo. Malgrado il boom visibile di acquisti di generi alimentari tra marzo e maggio di quest’anno, ad esempio, le associazioni degli agricoltori lamentarono un calo della domanda, poiché la perdita accusata con la chiusura dei locali risultò solo in parte recuperata dall’aumento dei consumi casalinghi.

Il pistacchio a Bronte è cosa seria in termini di occupazione e di fatturato. Pensate solamente che un kg sgusciato può essere venduto all’ingrosso tra 35 e 40 euro. Parliamo di decine e decine di milioni di ricavi che ballano. E non bisogna guardare solo al mercato italiano, perché inevitabilmente esso risente anche dell’andamento globale. E all’estero si sta assistendo a un calo dei consumi, nonché dei prezzi, a causa proprio dei lockdown. Non solo per la chiusura dei locali, ma poiché da bene alimentare non primario, le famiglie tendono a ridurne gli acquisti nelle fasi di contrazione dei redditi.

Il pistacchio non è l’unico prodotto dell’agroalimentare ad essere diventato vittima del Covid. Lo zucchero di canna ha anch’esso accusato il colpo, a causa del tracollo delle quotazioni petrolifere. Esso è coltivato in ampie zone del pianeta, Brasile in testa, come combustibile alternativo al greggio, ma il deprezzamento di quest’ultimo lo sta rendendo meno conveniente per il consumatore finale, ripercuotendosi negativamente sulle quotazioni. Insomma, il caso di dire che l’emergenza pandemia non sta lasciando indenne alcun mercato.

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