Risparmio gestito: italiani diffidenti dopo un 2018 terribile sui mercati, si rifugiano nei bond

Il risparmio gestito vive una fase complicata in Italia, in sé non legata forse alla recessione in corso dell'economia, quanto alla paura degli investitori dopo un 2018 per certi versi "peggiore del 2008". Ce lo spiega Filippo Battistini, manager di Allianz.

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Il risparmio gestito vive una fase complicata in Italia, in sé non legata forse alla recessione in corso dell'economia, quanto alla paura degli investitori dopo un 2018 per certi versi

Dal Salone del Risparmio di Milano, edizione 2019, abbiamo intervistato Filippo Battistini, Head of Business Development Retail di Allianz Global Investors. Ecco le risposte che ci ha fornito sull’attuale congiuntura del mercato del risparmio gestito:

L’Italia è entrata tecnicamente in recessione dalla seconda metà dello scorso anno. Lei ritiene che questi segnali negativi si stiano intravedendo anche sul mercato del risparmio gestito?

Allora, di sicuro c’è molta prudenza da parte degli investitori nell’avere accesso agli investimenti.

Noi stiamo riscontrando che tanti investitori finali, che lavorano con i nostri distributori, detengono una buona parte dei loro assets in liquidità o sui conti deposito. Quindi, c’è uno sforzo da parte delle reti di vendita per convincere questi investitori ad impiegare parte di questa liquidità in prodotti del risparmio gestito. Non pensiamo che sia legato in particolar modo a questo contesto recessivo, forse ciò è più un atteggiamento di prudenza, legato al fatto che l’anno scorso, nell’ultimo trimestre, i mercati hanno performato molto male. E il 2018 per tanti aspetti è stato forse anche peggio del 2008 come anno sui mercati finanziari, quindi, chiaramente questo si riflette in un atteggiamento un po’ più cautelativo. Se, poi, questo implichi una preoccupazione anche per il contesto di riferimento è difficile dirlo, ma di sicuro quello che stiamo osservando è questo, cioè la tendenza a stare molto liquidi, a detenere i propri assets o parte di essi in conti deposito e una maggiore difficoltà ad approcciarsi al risparmio gestito.

E’ una tendenza anche globale quella di rifugiarsi contro i rischi. Come sta impattando ciò la raccolta sul mercato del risparmio gestito?

Tornando a quello che dicevo prima, noi notiamo un rapporto focalizzato soprattutto su strategie obbligazionarie a brevissimo termine; questo, appunto, sull’onda del fatto che c’è molta preoccupazione e molta cautela. Questo chiaramente si riflette in minori margini, perché ovviamente queste strategie hanno commissioni di gestione molto più contenute e, quindi, sebbene in termini di raccolta i numeri siano ancora interessanti, positivi, però, l’impatto sulla redditività si fa sentire.

Questo ha un riflesso su realtà come la nostra, ossia sul risparmio gestito. 

Il risparmio gestito in Italia convoglia risorse per oltre 2.000 miliardi, ma sui conti bancari degli italiani ci sono 1.500 miliardi di fatto infruttiferi. Secondo Lei, c’è solo un problema di educazione finanziaria o esiste principalmente un atteggiamento di avversione al rischio?

Direi che le due cose siano concomitanti. Sicuramente, un problema di educazione finanziaria, nel senso che l’investimento che rende maggiormente è quello di medio-lungo termine; invece, l’approccio degli investitori è ancora molto orientato al breve, se non al brevissimo termine. E qui è proprio un problema di cultura finanziaria. E, poi, c’è anche un discorso di avversione al rischio, quello che dicevo prima, cioè in un anno come quello attuale, che segue l’annus horribilis dei mercati finanziari, ovviamente tornare a investire, soprattutto, su asset class molto rischiose è qualcosa che spaventa gli investitori. E, quindi, quello che è successo sui mercati finanziari l’anno scorso ha lasciato un bel segno. 

Un’ultima domanda sui nuovi Pir. Non stanno ancora decollando, perché mancano i decreti attuativi, ma ci sono probabilmente anche rigidità normative che spingono le società di gestione del risparmio a diffidare. Lei cosa pensa al riguardo?

Sicuramente, la nuova norma che ha dei fini nobili, perché l’obiettivo è di implementare gli investimenti nell’economia reale, anche su aziende non quotate, penso ad esempio ai “venture capital”, ha di certo un obiettivo che va a vantaggio dell’economia reale italiana, ma ha delle implicazioni di tipo attuativo non di poco conto, perché comunque il mercato dei venture capital è molto poco liquido, soprattutto in Italia non ci sono così tanti operatori attivi in questo ambito, per cui anche identificare le opportunità di investimento non è così banale. Probabilmente, nello scrivere la norma si doveva anche dare un occhio più attento alla realtà dei fatti. Quindi, da un certo punto di vista è giusto andare in quella direzione, dall’altro lato bisognerebbe essere un pochino più concreti e un po’ più attenti alla realtà delle cose.

 

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