Perché il risparmio delle famiglie non è detto che alimenti i consumi dopo il Covid

I conti correnti scoppiano di liquidità, eppure non significa che la domanda interna salirà a emergenza Covid finita

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Risparmio delle famiglie in ripresa dopo il Covid?

A marzo, i conti correnti bancari in Italia sono lievitati di altri 147 miliardi di euro, salendo a 1.749 miliardi (+9,2%) in un anno. Il risparmio delle famiglie depositato in banca si è contratto di 4 miliardi rispetto a febbraio, ma il trend appare evidente. Così come nel resto del mondo, gli italiani stanno riducendo i consumi da oltre un anno a questa parte e si tengono più liquidi. Con il Covid, molte restrizioni stanno impedendoci di viaggiare, spostarci, anche solo andare la sera al ristorante. E la paura per il futuro, specie tra le categorie più colpite dalle chiusure, induce alla prudenza nello spendere. Per tutto questo, i consumi sono crollati.

Tuttavia, l’aumento del risparmio delle famiglie è considerato un fattore di ottimismo per la ripresa economica dopo l’emergenza Covid. Gli italiani, così come i loro colleghi stranieri, si ritroveranno con molta più liquidità da spendere. E quando le restrizioni verranno del tutto meno, ciò lascia presagire che i consumi voleranno, trainando la ripresa dell’economia. Uno scenario senz’altro positivo, quanto semplicistico e che rischia di peccare di ottimismo.

Più o meno in tutti gli stati da quest’anno s’intravede una crescita vigorosa del PIL, a ritmi decisamente superiori gli anni pre-Covid, ma non in grado nel medio termine di riportarci ai livelli del 2019. Il risparmio delle famiglie, si ragiona, non ci sarebbe motivo di tenerlo in banca dopo la cessata crisi sanitaria. Questo è vero per quelle categorie che riusciranno a mettersi alle spalle le difficoltà finanziarie, che non dovranno fronteggiare il rischio di licenziamento dal lavoro con lo sblocco dei prossimi mesi (prima o poi verrà) o che già in piena pandemia non sono state colpite dalle chiusure (ad esempio: dipendenti pubblici, pensionati e parte del settore privato come supermercati, attività da asporto, etc.

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L’eccesso di debito pubblico

Ma l’Italia ha un problema che si chiama debito pubblico. E’ esploso al 160% del PIL, crescendo di 25 punti in un biennio. Un livello altissimo, che si regge in piedi solo grazie all’azzeramento dei tassi da parte della BCE. Il boom è avvenuto un po’ in tutto il mondo, tanto che il livello medio per le economie mature è salito al 125%. Cosa c’entra questo con il risparmio delle famiglie? Gli atti di spesa sono influenzati dalle aspettative. Esse si configurano come conseguenza di decisioni intertemporali. Se ho liquidità, ma prevedo un futuro fosco, non spendo. Viceversa, se ne ho poca e sono fiducioso sul futuro, spendo.

L’eccesso di debito pubblico italiano che si trascina da ormai tre decenni fa a pugni con aspettative ottimistiche sul futuro dell’economia. Tutti sappiamo che in qualità di contribuenti, in un modo o nell’altro, saremo chiamati a ripagare lo stock con maggiori tasse. L’alternativa sarebbe godere di minori servizi, ma anche questa soluzione sarebbe per noi costosa. Infatti, essa implicherebbe che dovremmo ricorrere al settore privato con annessi esborsi. In apparenza, a queste due strade non si sfugge.

Il sentiero della crescita per mobilitare il risparmio delle famiglie

Non è un caso che in questi mesi sentiamo sempre più parlare di proposte su imposte patrimoniali e stangate a carico dei redditi più alti. Non certo un tonificante per i consumi. Eppure, una soluzione per sfuggire a questi scenari ci sarebbe: crescere. Se il PIL italiano tornasse a crescere al 2-3% all’anno, non solo in pochi anni il rapporto debito/PIL scenderebbe visibilmente, ma i creditori percepirebbero i nostri BTp più sicuri. Il loro costo di emissione si ridurrebbe e il peso del debito sui conti pubblici anche. In fondo, è quest’ultimo a determinare la sostenibilità o meno del debito pubblico. Quand’anche fosse altissimo, ma non costasse nulla, non impensierirebbe nessuno.

Si guardi, a tal proposito, al Giappone.

Ma un’economia che non cresce come la nostra non rassicura e se risulta anche gravata da un debito elevato, ancora meno. Dunque, serve crescere. Come? Attraverso un piano di riforme strutturali che abbatta l’eccesso di burocrazia, le lungaggini processuali, che razionalizzi la spesa pubblica, alleggerisca la tassazione e apra il mercato agli investimenti. Inoltre, dobbiamo imparare a spendere meglio i denari pubblici, impiegandoli per finalità produttive. Meno assistenza e più infrastrutture, per dirla con uno slogan. Con il Recovery Fund da 220 miliardi, avremmo la chance storica di rilanciare la crescita italiana a costi quasi nulli. Se ci riusciamo, il debito farà meno paura; se falliamo, ne pagheremo le dure conseguenze. Il risparmio delle famiglie lo si mobilita solo creando prospettive credibilmente positive nel medio e lungo periodo.

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