Risiko banche: il trucco di Frau Merkel per benedire le nozze tra DB e CoBa con soldi pubblici

La cancelliera Angela Merkel punta al trucco per avallare le nozze tra Deutsche Bank e Commerzbank, senza formalmente addossare nuovi oneri ai contribuenti tedeschi. Ma dovrà vedersela con gli italiani.

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La cancelliera Angela Merkel punta al trucco per avallare le nozze tra Deutsche Bank e Commerzbank, senza formalmente addossare nuovi oneri ai contribuenti tedeschi. Ma dovrà vedersela con gli italiani.

La BCE chiederà a Deutsche Bank di raccogliere capitali freschi sul mercato prima ancora che intendesse fondersi con Commerzbank. L’indiscrezione è trapelata ieri sera e, per quanto non sia stata esattamente un fulmine a ciel sereno, costituisce un ostacolo non di poco conto nei difficili colloqui che i dirigenti delle due banche tedesche intensificheranno questo fine settimana.

La cifra di cui si parla sarebbe di 10 miliardi di euro, di cui una parte legata agli oneri di ristrutturazione. Sarebbe i due terzi dell’attuale capitalizzazione in borsa di DB, nonché più di quanto a Francoforte venga valutata CoBa. Di fatto, il 40% della capitalizzazione della somma tra le due. E il problema che affligge il governo tedesco è proprio questo, anche se non solo: se a CoBa fosse richiesto un esborso monetario, lo stato azionista al 15,6% dovrebbe fare la sua parte.

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Al Bundestag, praticamente quasi non esiste gruppo parlamentare che non abbia avvertito l’esecutivo di non mettere nemmeno un euro nella banca, salvata già 10 anni fa con un intervento da 10 miliardi di euro e tramite il quale lo stato entrò nel capitale dell’istituto al 25%. La quota ad oggi in mani pubbliche vale appena 1,4 miliardi, a fronte dei 5,1 spesi. Dunque, da un lato la cancelliera Angela Merkel ha difficoltà a giustificare dinnanzi all’opinione pubblica tedesca una nuova iniezione di liquidità in CoBa, specie a ridosso delle elezioni europee; dall’altro, non riesce nemmeno a vendere il pacchetto azionario, perché se lo facesse dovrebbe registrare una minusvalenza di quasi 4 miliardi, finendo per fare infuriare i tedeschi.

Secondo un sondaggio pubblicato in questi giorni e realizzato in Germania, tra coloro che hanno fornito una risposta, il 71% si è mostrato contrario alla fusione tra le due banche, anche se dalla rilevazione non emerge la motivazione di tale opposizione. In sostanza, la creazione di un campione tedesco del credito non convince l’opinione pubblica, che temerebbe rischi sistemici ai danni dei contribuenti, così com’è avvenuto con lo scoppio della crisi finanziaria mondiale nel 2008.

E DB non gode di buona fama in patria, anche a causa dei numerosi scandali giudiziari che l’hanno coinvolta, niente di meno per i reati di manipolazione del mercato.

Politica tedesca in un vicolo cieco

Ad avere fatto il passo più lungo della banca è stato il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, esponente socialdemocratico e papabile candidato alla cancelleria alle prossime politiche, avversario del partito di Frau Merkel. Nel probabile tentativo di intestarsi un dossier così rilevante, ha benedetto le nozze tra le due banche, sostenendo che alla Germania serva creare un “campione” europeo del credito. Quello che Scholz non aveva previsto è stata l’estrema impopolarità di due effetti collaterali che l’eventuale fusione si porterebbe dietro: i suddetti oneri a carico dello stato, nel caso di una partecipazione pro-quota all’iniezione di liquidità sollecitata anche dalla BCE; il licenziamento di ben 30.000 dipendenti, oltre un quinto del totale.

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Se i socialdemocratici continuassero ad avallare l’operazione, rischierebbero di mettersi contro proprio quel segmento dell’opinione pubblica nazionale a cui puntano per recuperare consensi: i lavoratori. Tra i conservatori, non solo la cancelliera, anche tutti i massimi dirigenti si stanno guardando bene anche solo dal commentare pubblicamente le possibili nozze. Il neo-segretario della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer, sta cercando di darsi una fisionomia politica autonomia rispetto alla Merkel, puntando sul primato della politica nazionale rispetto a quella europea, ambendo a sua volta a recuperare i consensi perduti alla sua destra con la linea da anni pro-immigrati ed eccessivamente pro-UE portata avanti da anni.

Per salvare capre e cavoli, la cancelliera starebbe ipotizzando una soluzione all’italiana: trasferire la quota in CoBa alla KfW (Kreditanstalt fuer Wiederaufbau), la banca pubblica tedesca che corrisponde grosso modo alla nostra Cassa depositi e prestiti e che nei fatti sostiene la politica del credito a sostegno dell’industria nazionale. Così facendo, l’istituto parteciperebbe all’eventuale ricapitalizzazione, senza che formalmente ne addossasse gli oneri al governo.

In sostanza, CoBa rimarrebbe parzialmente nelle mani dello stato, ma attraverso il trucco dello spostamento della quota in capo a KfW, Berlino se ne uscirebbe pulita. Sempre che l’opinione pubblica abbocchi, perché anche le pietre sanno che l’ente coincide con lo stato.

L’ostacolo “italiano” alle nozze

La notizia che Unicredit sarebbe disposta a lanciare un’offerta plurimiliardaria per rilevare CoBa, nel caso in cui le trattative di questa con DB fallissero, ha già avuto l’effetto di rinvigorire i colloqui tra le due tedesche, perché è evidente che nessuno in Germania voglia che una banca italiana penetri nel loro mercato del credito, acquisendo un istituto così rilevante, il secondo per importanza. Per non parlare del fatto, poi, che sotto elezioni questo scenario sarebbe un danno d’immagine non di poco momento per i due schieramenti al governo. Paradossalmente, però, se Piazza Gae Aulenti si comprasse CoBa, i tagli al personale risulterebbero quasi certamente molto più bassi, essendo le sovrapposizioni tra le filiali della seconda e la controllata tedesca della prima (HVB) di gran lunga inferiori a quelle tra CoBa e DB.

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Qualcuno potrebbe persino sospettare che la rigidità con cui la BCE pretende una previa ricapitalizzazione nel caso di fusione sia una bocciatura da parte del governatore Mario Draghi, il quale da “italiano” favorirebbe l’operazione alternativa di Unicredit. Siamo alla dietrologia politico-finanziaria, ma a Berlino quando c’è di mezzo l’Italia non si fanno mancare nulla. Del resto, appena tre settimane fa, l’head of research and chief economist di DB, David Folkerts-Landau, aveva attaccato la politica monetaria dell’Eurotower, sostenendo in un rapporto di 29 pagine che essa colpirebbe la redditività delle banche europee, a causa della sua politica monetaria e delle decisioni prese nell’ambito della regolamentazione. I tassi negativi avrebbero alimentato “aria di panico”, erodendo la fiducia degli istituti e dei risparmiatori. Il rapporto si chiudeva con il dubbio se questa impostazione possa mai consentire alle banche dell’area di competere alla pari con le rivali americane.

Per dirla con franchezza, tra DB e BCE non c’è amore e questo sentimento di reciproca sfiducia potrebbe emergere quando il dossier sarà formalmente sul tavolo della Vigilanza, la quale da qualche mese è guidata da un altro italiano, Andrea Enria, già presidente dell’EBA. Un incubo per i tedeschi, che ovunque si girino sembrano ritrovarsi nostri connazionali. Lo sgarro sarebbe completo, se a un certo punto qualcuno dall’Eurotower chiedesse pubblicamente a Berlino di dare conto della natura della partecipazione eventualmente trasferita in capo alla KfW, quasi a voler suonare la tromba dinnanzi all’opinione pubblica.

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