Rischio shock petrolifero, sanzioni USA contro Venezuela più vicine

Il petrolio è l'unico bene che tiene in vita la morente economia del Venezuela. E gli USA potrebbero colpirlo, dopo gli ultimi sviluppi politici a Caracas.

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Il petrolio è l'unico bene che tiene in vita la morente economia del Venezuela. E gli USA potrebbero colpirlo, dopo gli ultimi sviluppi politici a Caracas.

Il Venezuela di Nicolas Maduro sprofonda ogni giorno sempre più verso il caos. Domenica 16 luglio, 7,2 milioni di cittadini si sono recati ai seggi allestiti dalle forze di opposizione (Mesa de Unidad Democratica, Mud), approvandone per il 98% le richieste contro la volontà del governo di istituire un’assemblea costituente controllata per riformare le regole istituzionali e sottrarre poteri al Parlamento (a maggioranza nelle mani degli avversari politici), così come per chiedere la fine immediata del mandato del presidente.

Considerando che nel paese si vive da mesi in un clima di terrore (un centinaio i morti negli scontri con la polizia dall’inizio di aprile) e che gli elettori sono complessivamente 19,5 milioni su una popolazione di 30 milioni di abitanti, il referendum informale indetto dalle opposizioni al regime “chavista” può considerarsi un grande successo in termini di partecipazione, tanto che il presidente dell’Assemblea Nazionale, Julio Borges, ha dichiarato che con i risultati di domenica scorsa, il governo di Caracas cessa automaticamente di esistere. (Leggi anche: Venezuela, non tutti poveri: ecco come in pochi si arricchiscono)

In realtà, Maduro ha tutte le intenzioni, tranne quella di fare un passo indietro. Commentando l’esito del referendum, funestato da 2 morti ad opera di paramilitari filo-governativi nella cittadina di Catia, a nord-ovest di Caracas, ha esortato gli oppositori a “non perdere la testa” e a non prestarsi al gioco degli americani.

Sanzioni USA contro Venezuela più vicine

E gli USA si sono fatti sentire, con la Casa Bianca che ha minacciato formalmente sanzioni contro il Venezuela, nel caso in cui Maduro dovesse insistere sulla convocazione dell’assemblea costituente per il 30 luglio, il cui unico obiettivo sembra di sottrarre i residui poteri in mano al Parlamento, unica istituzione non più controllata a maggioranza dai socialisti al potere sin dal 1999.

Donald Trump si è detto a fianco del popolo venezuelano, avvertendo che l’America non se ne starà a guardare dinnanzi al crescendo di violenze nel paese sudamericano, chiedendo che venga ripristinata al più presto una “democrazia prospera”. Analoghe le richieste del Commissario europeo per gli affari esteri, Federica Mogherini, che ha ricevuto come risposta da Caracas una nota di sdegno del governo venezuelano, il quale ha evidenziato come il suo paese non sarebbe “colonia della UE”.

Alti funzionari di Washington hanno confermato le indiscrezioni delle settimane scorse, secondo le quali l’amministrazione Trump avrebbe studiato anche l’ipotesi di sanzioni contro il settore petrolifero di Caracas, accantonate per il momento sul timore che il Venezuela possa sprofondare in una crisi umanitaria ancora più drammatica, considerando che il 95% delle esportazioni del paese andino sia rappresentato dal greggio, praticamente unica fonte di accesso ai dollari. (Leggi anche: Crisi umanitaria in Venezuela: USA pensano a sanzioni)

Verso shock petrolifero?

E gli americani temono ripercussioni anche per la loro economia, dato che il Venezuela è per loro il terzo paese d’importazione di greggio con 25,7 milioni di barili acquistati nel mese di aprile (ultimo dato disponibile dal governo USA), pari all’8% delle importazioni complessive. In realtà, il danno per l’economia a stelle e strisce sarebbe limitato, considerando che essa detiene al momento sui 500 milioni di barili di scorte, in grado di compensare l’eventuale temporaneo azzeramento delle importazioni dal Venezuela per diversi mesi.

Quella che gli esperti definiscono l'”opzione nucleare” si fa, però, meno remota come ipotesi, anche perché il regime di Maduro non sembra essere disposto a trattare su alcun piano con le opposizioni e con i governi stranieri per ristabilire la pace interna. A nulla è valsa nemmeno la mediazione del Vaticano, da mesi impegnato a trovare una soluzione quanto più pacifica possibile per il paese. C’è tutta la sensazione che Caracas non indietreggerà dal suo proposito di varare il 30 luglio un’assemblea manovrabile per riformare la Costituzione, con la conseguenza che dal giorno seguente potrebbero aversi ripercussioni pesanti sul fronte anche economico, con eventuali sanzioni contro le esportazioni di greggio venezuelano, in grado di provocare uno shock petrolifero nel breve termine. (Leggi anche: Embargo Venezuela, USA pensano a opzione nucleare)

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