Economia Eurozona a rischio recessione, data referendum in Italia non aiuta

L'Eurozona potrebbe entrare presto in recessione, benché ne dicano la BCE e la Commissione europea. L'Italia, rinviando a dicembre il referendum, non fa il suo bene, ma rischia di aggravare lo stato di salute della nostra economia.

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L'Eurozona potrebbe entrare presto in recessione, benché ne dicano la BCE e la Commissione europea. L'Italia, rinviando a dicembre il referendum, non fa il suo bene, ma rischia di aggravare lo stato di salute della nostra economia.

Non che sia un profeta dell’economia, ma il patron del Gruppo L’Espresso, Carlo De Benedetti, ha lanciato dalle colonne del Corriere della Sera l’allarme sul rischio che l’economia dell’Eurozona e, in generale, quella occidentale, si avvii verso la recessione, le cui conseguenze sarebbero terribili, spiega, in grado di stravolgere le democrazie, così come le abbiamo conosciuto sinora.

E che in Europa ci siano i segnali di una potenziale nuova recessione è verissimo, tale per cui il referendum costituzionale si sarebbe dovuto tenere il prima e non il dopo possibile. (Leggi anche: Sondaggi referendum costituzionale)

In queste settimane, stiamo sottovalutando la portata della crisi di Deutsche Bank, che lungi dal diventare la Lehman Brothers tedesca, potrebbe ugualmente avere ripercussioni molto negative sulla ripresa già lenta dell’economia nell’Area Euro. Il caso DB è solo la punta di un iceberg, che affonda le sue radici non nella spericolatezza della finanza, quanto nella scarsa redditività del sistema bancario europeo, colpito dai tassi negativi praticati dalle principali banche centrali e da una crescita dell’economia anemica, insufficiente ad offrire solide garanzie agli istituti che prestano denaro. (Leggi anche: Crisi banche, tassi negativi non sostenibili)

Crisi banche europee un grave vulnus

Se le banche nell’Eurozona smettessero di erogare prestiti alle imprese e alle famiglie, tutti gli sforzi compiuti negli ultimi due anni dal governatore della BCE, Mario Draghi, per sostenere la liquidità sui mercati e il credito all’economia reale andrebbero definitivamente in fumo.

Aldilà della crisi delle banche, l’Italia ha già di suo un problema ben più generale, non crescendo da un ventennio e assistendo in questi mesi a un esaurimento della crescita già flebile. E il peggio potrebbe arrivare, perché alle avvisaglie di crisi economica si sommano quelle sull’instabilità politica, nel caso di una sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale, che si terrà il prossimo 4 dicembre. (Leggi anche: Rendimenti Spagna in calo e spread con Italia raddoppia)

 

https://www.investireoggi.it/economia/crisi-banche-salvataggio-mps-referendum-indissolubilmente-intrecciati/

 

 

Crisi banche italiane legata a referendum

Se il premier dovesse uscire indebolito dalla consultazione o finanche dimettersi, i mercati tornerebbero ad accendere i fari sulla nostra economia, che tra le grandi è attualmente l’unica a non inviare segnali significativi di ripartenza.

Ad avviso di chi scrive, l’avere rinviato la data del referendum agli inizi di dicembre è sbagliato sul piano dell’interesse nazionale, quand’anche potrebbe rivelarsi utile su quello politico.

Non è un segreto, che diverse operazioni bancarie siano strettamente legate all’esito del referendum. L’aumento di capitale di MPS, quello di Unicredit e le fusioni tra Banco Popolare e Bpm da un lato e tra Popolare di Vicenza e Veneto Banca dipendono da come andrà a finire il voto, perché se Renzi perde, difficilmente si troveranno investitori stranieri, ma anche nazionali, a puntare un solo euro si questi istituti. (Leggi anche: Crisi banche, salvataggio MPS e referendum indissolubilmente intrecciati)

Poco tempo per cambiare la manovra

Il rinvio del referendum a ridosso della fine dell’anno è, pertanto, sconsiderato, perché costringe i manager di queste banche a procrastinare le misure necessarie al rilancio fino all’anno prossimo, snervando i mercati, in attesa ormai da mesi di una qualche soluzione credibile, specie per Siena. Rischiamo, in buona sostanza, di tenere i nervi tesi troppo a lungo, finendo con il generare più sfiducia di quanta ne serva. Secondo voi, perché l’ex premier britannico David Cameron anticipò di un anno rispetto alla tabella di marcia il referendum sulla Brexit, pur consapevole dell’elevato rischio di una sconfitta, cosa effettivamente accaduta?

C’è un’altra ragione, per cui votare il 4 dicembre prossimo somiglia quasi a un tagliarsi i ponti alle spalle per il governo: la legge di bilancio. Così com’è impostata, appare insostenibile per i nostri conti pubblici. Non vogliamo nemmeno entrare nel merito delle misure ventilate, ma aumentare le pensioni minime, mandare in pensione con 3 anni di anticipo i lavoratori che ne facciano richiesta, sforbiciare le tasse sulle imprese e forse anche sul lavoro, introdurre nuovi incentivi per le assunzioni stabili – tutto in deficit – non è compatibile con i numeri di un paese, la cui economia non cresce, il cui debito pubblico è salito al 133% del pil e che sta sfruttando ogni margini immaginabile di flessibilità concessa dal Patto di stabilità per finalità elettorali, non certamente a sostegno della crescita.

(Leggi anche: Così l’Italia scommette sugli anziani)

 

 

 

Perdiamo mesi preziosi

Non possiamo escludere, che nel caso di una caduta del governo dopo il voto, si sia costretti a ragionare sul cambio in corsa della manovra finanziaria, che presumibilmente sarebbe stata già approvata da una sola Camera, in attesa del via libera definitivo nell’altra. Ma considerando che il bilancio deve essere votato entro il 31 dicembre e che potrebbero rendersi necessarie estenuanti consultazioni al Quirinale per nominare un nuovo premier, come si farebbe a far passare le modifiche necessarie per rasserenare i mercati sui conti pubblici? Chi mai si assumerebbe in Parlamento, in assenza di un governo nel pieno dei poteri, di eliminare qualche “mancia” elettorale dal testo?

Eppure, se i venti di crisi dovessero soffiare forte (a novembre sapremo come sarà andato il pil nel terzo trimestre), le modifiche si renderebbero necessarie, con l’ipotesi non così lontana, che non saremo in grado di approvare in tempo il bilancio entro la fine dell’anno, dovendo operare in dodicesimi di spesa per le prime settimane del 2017. O Renzi non ci avrà pensato o si sarà spinto a sussurrare a sé stesso: “dopo di me, il diluvio!”. (Leggi anche: Flessibilità, Renzi fa campagna con i nostri soldi)

 

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