Il rischio inflazione aumenta le probabilità di una recessione più severa alle porte

Banche centrali più tolleranti sul rialzo dei prezzi. Il problema sarà quando gli effetti si paleseranno come meno transitori del previsto.

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Rischio inflazione e recessione severa

La Federal Reserve prospetta un rialzo dei tassi più pronunciato entro il 2023. Questo è stato l’esito dell’ultimo board di settimana scorsa, allorquando i “dot plots” hanno segnalato di volere così reagire al rischio inflazione negli USA. Comunque sia, non è nell’aria alcuna stretta monetaria vigorosa né in Nord America, né in Europa o Giappone. Tutte le banche centrali principali si stanno mostrando tolleranti circa possibili “fiammate” inflazionistiche, appunto perché considerate tali, cioè “transitorie”.

Gli analisti di Deutsche Bank hanno avvertito tramite un report che la loro inerzia creerebbe rischi potenziali elevati per le economie avanzate. Più tardiva la loro reazione al rischio inflazione, più severa la recessione in cui queste cadrebbero dopo una fase di eccessivo surriscaldamento.

Rischio inflazione sul tavolo dei governatori

Dalla FED alla BCE, passando per Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone, solo per citare i più grandi istituti, i governatori centrali lasciano intendere che non si affretteranno ad alzare i tassi d’interesse al minimo cenno di reflazione. I rispettivi target potranno anche essere superati per un certo periodo, al fine di compensare i lunghi anni in cui sono stati mancati al ribasso. E’ il principio della simmetria intertemporale, un modo elegante di guadagnare tempo e restare accomodanti e di minimizzare il rischio inflazione.

L’assunto sul quale le banche centrali si stanno muovendo è quello degli “effetti transitori” dell’inflazione. I prezzi si starebbero surriscaldando nella fase tra la permanenza in vigore di alcune restrizioni anti-Covid e la definitiva riapertura di tutte le attività. La domanda sale, l’offerta un po’ meno. Quando quest’ultima si sarà del tutto ripresa, è il ragionamento, le pressioni sui prezzi verranno meno.

E se non fosse così? Se i costi di produzione aumentassero più o meno stabilmente e l’eccessivo attendismo delle banche centrali disancorasse le aspettative d’inflazione?

Ad un certo punto, i tassi dovrebbero essere alzati rapidamente per evitare di perdere il controllo della stabilità dei prezzi. Ma se i mercati finanziari tremano al solo pensiero che tra un paio di anni il costo del denaro possa passare dall’attuale zero a circa lo 0,50%, immaginatevi cosa accadrebbe in un simile scenario inatteso. Peraltro, il Covid arriva dopo un lungo decennio abbondante di stimoli monetari non ortodossi e senza precedenti. La liquidità sui mercati è stata altissima dopo la crisi finanziaria del 2008-’09, ma essendo rimasta confinata alla sfera finanziaria, non ha esitato alcuna corsa dell’inflazione. Ha rinvigorito, però, i prezzi degli asset (azioni, obbligazioni).

Tensioni sociali dietro l’angolo

Sappiamo che l’amministrazione Biden si pone come obiettivo di arrivare alla fine del mandato nel 2024 con un’economia americana in piena crescita. Solo così potrà sperare di ottenere la rielezione senza grossi patemi d’animo. Ma questo significa credere a uno dei due scenari seguenti: che da qui ad allora la corsa del PIL USA non inciampi o che lo faccia in tempo per essersi del tutto ripreso prima delle prossime elezioni presidenziali.

C’è da dire che gli USA hanno vissuto una lunghissima fase di crescita tra l’inizio del 2009 e i primi mesi del 2020. Se non ci fosse stato il Covid, chissà se avessero continuato ad espandersi. Dunque, la speranza di Biden sarebbe di riuscire senza affanno a superare il primo mandato senza alcuna crisi dell’economia americana da fronteggiare. In fondo, gli basterebbero tre anni e mezzo. Tuttavia, l’entità della crisi del 2020 è stata tale da avere costretto la FED e lo stesso governo americano a varare stimoli monetari e fiscali rispettivamente mai così potenti. Da qui, il rischio di un ciclo “boom and bust” corto ed estremo. Perché neppure Washington potrà permettersi a lungo di tenere i tassi azzerati e di fare deficit a doppia cifra sul PIL.

E la normalizzazione fiscale potrebbe iniziare già dall’autunno prossimo, quando il bisogno di erogare gli abbondanti sussidi alle famiglie e alle imprese di questa fase verrà meno. Saremo pronti come economia ad assorbire questo primo shock da ritorno alla normalità? E se nel frattempo il rischio inflazione dovesse mostrarsi meno transitorio e innocuo del previsto, cosa faranno le banche centrali? Una crescita dei prezzi vigorosa spegnerebbe la ripresa: il potere di acquisto delle famiglie ne risulterebbe eroso e i consumi rallenterebbero la corsa, indebolendo la domanda interna. Sul piano sociale, i lavoratori pretenderebbero adeguamenti salariali contro il carovita e le imprese si mostrerebbero restie a concederli dopo una crisi così devastante. Le tensioni sociali esploderebbero. Le banche centrali non potranno restare guardinghe.

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