Risanamento in Europa: Le disavventure dell’Austerità

Un articolo dell'economista Matias Vernengo mostra sino a che punto si è giunti con l'aggiustamento dei conti della periferia, e quanta strada ancora ci sarebbe da fare per rimanere nell'euro. Non c'è che dire, incoraggiante!

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il

di Matias Vernengo  –  L’austerità per ridurre la spesa e ridurre la necessità delle importazioni, e le riforme di liberalizzazione per ridurre i salari reali e promuovere la svalutazione interna sono in corso da un po’ nella periferia europea per promuovere il riequilibrio, cioè, ridurre i deficit di conto corrente e consentire la continuazione del servizio del debito.

Quanto risanamento dei conti pubblici e riduzione dei salari sono già stati fatti approvare dalla Troika (BCE, UE, FMI)? Un bel po’, in effetti. La figura 1 mostra il risanamento di bilancio (tutti i dati dal European Commission’s Statistical Annex of the European Economy, Spring 2012.). [Si noti che la crisi non era di tipo fiscale]

 

Figura 1

In Grecia il deficit di bilancio è stato ridotto dal 15,6% ad uno stimato 7,3% del PIL di quest’anno, il che significa un aggiustamento del 8,3% del PIL, inferiore solo all’aggiustamento Irlandese (un incredibile 22,9%). Nella penisola iberica l’aggiustamento è stato intorno al 5%, mentre in Italia rimane a livelli tedeschi, vale a dire il 3,4% del PIL.

La figura 2 mostra l’altro elemento importante della strategia conservatrice di risanamento, la riduzione cumulativa del salario reale nella periferia. Si noti che la logica è che i salari reali più bassi renderebbero le economie della periferia più competitive nei confronti della Germania, ma per la maggior parte, l’effetto di questa politica è quello di completare il risanamento dei conti pubblici, riducendo il reddito della classe operaia, e riducendo i consumi. In altre parole, l’aggiustamento è sostanzialmente realizzato attraverso dei redditi più bassi che portano a un minore consumo di merci importate.

Figura 2

Qui la Grecia è ai primi posti, con una riduzione cumulativa dei salari reali di oltre il 21% dal 2010. Si noti che mentre i salari reali sono caduti in tutti i paesi periferici, in Germania sono marginalmente aumentati (dell’1,5%, non annuale, ma cumulativo dal 2010).

Tutti questi aggiustamenti hanno eliminato gli squilibri delle partite correnti? C’è stato un riequilibrio significativo, senza dubbio, come si può vedere nella figura 3, che mostra la variazione del deficit del conto corrente (CA) in percentuale del PIL.

 

Figura 3

In Grecia, ancora una volta il paese campione dell’aggiustamento, il disavanzo delle partite correnti si è ridotto di quasi 18 punti di PIL fino al poco meno dell’8%, una riduzione impressionante di qualcosa come il 10,1% del PIL. Vale a dire, nonostante lo sforzo erculeo, la Grecia ha ancora un deficit consistente del conto corrente. Lo stesso si può dire per quasi tutti i paesi periferici, tranne l’Italia, con la sola Irlanda che probabilmente quest’anno riuscirà a ottenere un avanzo. Italia e Spagna (con una riduzione dell’8%) avranno un deficit di circa il 2% del PIL, mentre il Portogallo ne avrà ancora uno maggiore di più o meno il 3,5% . La Germania ha ridotto il suo surplus di quasi il 3%, ma nel 2012 manterrà un avanzo stimato del 4,7% del PIL.

In altre, vi è ancora un notevole riequilibrio da fare. Ma la domanda è: quale prezzo, oltre alla incredibile riduzione dei salari reali vista sopra, i paesi periferici hanno dovuto pagare per ottenere un po’ di riequilibrio, ed essere in grado di continuare nell’euro? La miglior variabile per comprendere i costi è certamente la variazione del tasso di disoccupazione, mostrato nella figura 4.

 

Qui la Spagna apre la strada con un aumento del tasso di disoccupazione di 16,1 punti percentuali, passando dall’8,3% del 2007 allo stimato 24,4% di quest’anno. In Grecia l’aumento di 12 punti percentuali ha portato a un tasso di disoccupazione stimato per il 2012 del 19,7%. In Irlanda e Portogallo, l’incremento è stato dell’ordine di 10 punti percentuali, mentre in Italia è stato relativamente piccolo, a circa 3,5 punti percentuali. In Germania il tasso di disoccupazione si è ridotto di più o meno due punti percentuali.

In conclusione, una massiccia riduzione dei salari reali e un aumento della disoccupazione, con tutte le conseguenze sociali negative che ne derivano, e con quali risultati? Per non ottenere ancora un riequilibrio sufficiente, senza nemmeno eliminare la possibilità di una crisi associata a un default.

Non è grande l’austerità?!

Matias Vernengo è Professore Associato di Economia, University of Utah.  

Articolo originale: Europe’s Adjustment: The Misadventures of Austerity

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Argomenti: Crisi Euro

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