Ripresa economica in Italia accelera, ma distanze con gli altri paesi aumentano

La ripresa economica italiana si rafforza, ma resta tra le ultime in Europa. E all'orizzonte incombono rischi da non sottovalutare.

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La ripresa economica italiana si rafforza, ma resta tra le ultime in Europa. E all'orizzonte incombono rischi da non sottovalutare.

I dati preliminari Istat di ieri sul pil in Italia nel secondo trimestre si prestano a una doppia lettura. Partiamo dal bicchiere mezzo pieno: la crescita economica nel nostro paese ha segnato il tasso tendenziale più elevato dal primo trimestre del 2011, mostrando un +1,5%. Rispetto al trimestre precedente, l’aumento del pil è stato dello 0,4%. La ripresa si consolida finalmente anche in Italia, ma le buone notizie finiscono qui. Sì, perché l’Eurozona ha corso anche nel periodo aprile-giugno ben di più di noi, segnando un +2,2% annuo, dato migliore del +2,1% delle stime preliminari pubblicate l’1 agosto scorso. In altre parole, se è positivo che l’economia italiana cresca ben oltre l’1%, è indubbio come le distanze con il resto dell’unione monetaria non solo non si starebbero assottigliando, ma al contrario aumenterebbero.

Lo svela anche un altro dato: la crescita economica italiana è risultata la seconda più bassa nell’Eurozona dopo il Belgio (+1,4%), in attesa di conoscere le cifre di Grecia, Estonia, Lussemburgo, Irlanda, Slovenia e Malta. Considerando le cifre del trimestre precedente, solo la Grecia potrebbe fare peggio di noi e dello stesso Belgio, ma poco cambia: facciamo parte del podio degli ultimi. Abbiamo sì agganciato la ripresa, ma restando fanalino di coda. (Leggi anche: Pil Italia top dal 2011, ma penultimi nell’Eurozona)

Altri numeri contribuiscono a ridimensionare i presunti successi dell’attuale governo in carica, che ieri è stato tutto un twittare sui propri meriti. Per carità, questa è la politica e non solo in Italia, ma pur non volendoci ascrivere al partito dei “gufi” – ancora ieri citati sui social dal segretario del PD, Matteo Renzi – non possiamo non tenere conto di come la nostra sia l’unica grande economia a restare al di sotto dei livelli di ricchezza raggiunti nel 2007, ultimo anno prima della crisi.

L’Eurozona ha nel suo complesso guadagnato circa 5 punti e mezzo di pil nell’ultimo decennio, mostrando una capacità di superamento della pesante recessione subita nel 2008 e negli anni immediatamente seguenti. La stessa Spagna, che pure è parsa tra le economie più in difficoltà nella prima fase della crisi, oggi gode di un pil di quasi il 2,5% superiore a quello di 10 anni prima, mentre la Francia sfiora il +7% e la Germania, addirittura, vanta un bel +11,6%. L’Italia, invece, resta a -6%. (Leggi anche: Pil e debito, Italia a rimorchio dell’Eurozona)

Esportazioni trainano pil Italia

La crescita acquisita per l’anno in corso, stando ai dati del primo semestre, è dell’1,2%, migliore risultato dal 2011 e superiore al +1,1% stimato dal governo, ma resta il fatto che nell’Eurozona si avrebbe attualmente una crescita del 2%, per cui le distanze con il resto dell’area di appartenenza sembrano destinate ad aumentare anche nel 2017.

A trainare la crescita del pil italiano vi sono indubbiamente le esportazioni, come segnala l’avanzo commerciale di 19,1 miliardi messo a segno dalla nostra economia nel primo trimestre. Nell’intero 2016 è stato registrato un avanzo record di quasi 52 miliardi, oltre il 3% del pil, a fronte di una crescita economica dello 0,9%.

Il punto è che affidarsi alle sole esportazioni per crescere può lasciare il posto alla delusione, una volta che l’euro continuerà a rafforzarsi. Quest’anno, la moneta unica si è apprezzata mediamente del 6% contro le altre monete, del 12% contro il dollaro. Un cambio più forte rende meno appetibili i nostri prodotti al di fuori dell’Eurozona e farebbe venire meno parte dell’avanzo commerciale e della stessa crescita del pil. (Leggi anche: Boom esportazioni compensa calo consumi)

Le nubi all’orizzonte sull’Italia

Per il resto, non stiamo sottovalutando le spinte positive che si avvertono sul fronte della ripresa, ma ci limitiamo ad osservare come nella buona e nella cattiva sorte, l’Italia permanga sempre tra le ultime della classe.

Solo un consolidamento dei numeri del pil consentirà al nostro mercato del lavoro di assorbire disoccupati e di creare occupazione, altro dato per il quale siamo in fondo alle classifiche internazionali, in compagnia di stati come Grecia e Turchia.

Attenzione, infine, anche ai conti pubblici. La fine del “quantitative easing” limiterà i già magri margini fiscali, aumentando il costo di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza e facendo crescere il deficit pubblico. E minore flessibilità di fatto sui conti implica un contributo potenzialmente finanche negativo del settore pubblico alla domanda interna, quando è verosimile che qualcosa del genere accadrà anche per la domanda estera. Guardiamo i numeri con realismo, ovvero senza eccessi di entusiasmo o pessimismo a prescindere. Ma il passaggio dal gufo alla cicala rischia di essere breve, se non si allarga lo sguardo alle cifre delle altre economie e al futuro prossimo. (Leggi anche: Perché la ripresa in Italia deve essere agganciata adesso o è rischio recessione)

 

 

 

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