Il rinnovo dei contratti in Germania non farà felice Draghi e rischiano di pagarlo i lavoratori europei

I lavoratori metalmeccanici tedeschi strappano robusti aumenti salariali in Germania e la notizia dovrebbe essere positiva per la BCE di Mario Draghi. Invece, rischia di diventare un boomerang per tutte le altre economie dell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I lavoratori metalmeccanici tedeschi strappano robusti aumenti salariali in Germania e la notizia dovrebbe essere positiva per la BCE di Mario Draghi. Invece, rischia di diventare un boomerang per tutte le altre economie dell'Eurozona.

IG Metall, potente sindacato dei lavoratori metalmeccanici in Germania, ha strappato un rinnovo contrattuale positivo per i circa 900.000 dipendenti del comparto nel Land di Baden-Wuerttemberg, che apre la strada al raggiungimento di un accordo simile per i 3,9 milioni di occupati rappresentati in tutta la prima economia europea. Dopo settimane di braccio di ferro con le aziende del comparto e uno sciopero di 24 ore, ha ottenuto concessioni salariali pari al 4,3% dal prossimo mese di aprile. Altre misure aumentano la complessità dell’accordo, che prevede il pagamento una tantum di 100 euro per i primi tre mesi di quest’anno, un bonus di altri 400 euro erogati nel luglio 2019 (riducibile o rinviabile sulla base delle condizioni economiche) e un pagamento addizionale pari al 27,5% del salario mensile nel 2019. Vittoria dei sindacati anche sul fronte delle condizioni non retributive, con la riduzione temporanea dalle attuali 35 a 28 ore del lavoro settimanale e la possibilità per i lavoratori di tornare al full-time. In più, i lavoratori con figli minori avranno diritto a 8 giorni extra di assenze nell’anno, di cui due a carico dell’impresa. (Leggi anche: Germania alzi i salari, esporta troppo. Così la UE cerca di aiutare la morente sinistra tedesca)

L’accordo dovrebbe fungere da volano per tutti i futuri rinnovi contrattuali in Germania, essendo i contratti dei metalmeccanici una sorta di “benchmark” per gli altri comparti. Ciò nonostante, Barclays stima che, spalmati su tutti i lavoratori tedeschi, gli aumenti salariali attesi per l’anno prossimo saranno di appena il 2,2%. Insomma, non saremmo dinnanzi a un surriscaldamento dei salari tedeschi, cosa che ci si può aspettare in un mercato del lavoro in piena occupazione. Ma come insegna anche il caso americano, non è detto che ciò accada automaticamente.

E’ un dato di fatto, comunque, che le notizie sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici in Germania vadano, in teoria, incontro ai desiderata della BCE, che troverebbe così più facile centrare il target d’inflazione di poco inferiore al 2% per l’Eurozona. Salari più alti, infatti, farebbero pressione sui prezzi e il governatore Mario Draghi potrebbe finalmente sperare di concludere il mandato con un successo sul fronte della lotta alla bassa inflazione. Attenzione, però, a semplificare troppo, in scia agli articoli di un po’ tutta la stampa internazionale. Il target d’inflazione riguarda l’intera area, ma è anche vero che tra le grandi economie, solo la Germania vanta un mercato del lavoro in piena occupazione. Non la Francia, che pure ha visto la disoccupazione scendere sotto il 10%, non certo l’Italia con oltre 2,5 milioni di disoccupati, meno che mai la Spagna con il 16,5% di disoccupazione.

Cosa accadrà con salari tedeschi più alti

Molto probabile, quindi, che i rinnovi contrattuali tedeschi non abbiano seguito nel resto dell’area, con la conseguenza che l’inflazione potrebbe scaldarsi più facilmente in Germania che altrove. Se così stessero le cose, la BCE centrerebbe il target, ma solo per effetto di una media aritmetica (per ipotesi, prezzi in crescita del 2,5% in Germania e dell’1,5% in Italia), non per la diffusione generalizzata di una crescita dei prezzi. Risultato? Sarebbe costretta ad alzare i tassi, nonostante parte dell’unione monetaria non fosse nelle condizioni di sostenere un costo del denaro più alto. A Draghi, insomma, serve che l’inflazione salga in tutta l’area, non nella parte di essa economicamente più solida, rischiando altrimenti di lasciare un’Eurozona divisa sul piano della politica monetaria ottimale.

Se c’è qualcuno in Europa, invece, a poter sorridere sugli aumenti salariali tedeschi è Jean-Claude Juncker, presidente di quella Commissione UE, che a gennaio ha chiesto a Berlino di adottare azioni per tagliare il suo eccessivo surplus commerciale. In un’economia di libera mercato, non può essere il governo a ridurre le esportazioni delle imprese, semmai può agire per cercare di aumentare le importazioni dall’estero. Come? Aumentando la domanda interna, tramite maggiori investimenti pubblici e/o un taglio delle tasse. L’aumento dei salari orari per via contrattuale, invece, se fosse robusto e generalizzato, avverrebbe nell’ambito dello stesso settore privato ed eviterebbe alla politica persino il “fastidio” di intervenire su pressione di Bruxelles. Dovremmo sperare, quindi, che le concessioni ottenute da IG Metall siano tali da stimolare per davvero i consumi in Germania, a beneficio delle esportazioni del resto dell’Eurozona. Difficile che avverrà in misura tale da innescare simili meccanismi, più facile che alla fine gli aumenti in busta paga dei tedeschi li pagheranno i colleghi europei sotto forma di tassi più alti. (Leggi anche: Contratti metalmeccanici in Germania un possibile mal di testa per Draghi)

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Argomenti: Bce, Germania, Inflazione, Mario Draghi