Rinegoziazione NAFTA, perché Trump alzare la voce con il Messico

La presidenza Trump punta a rinegoziare il NAFTA, l'accordo di libero scambio che unisce USA, Messico e Canada. E la Casa Bianca può fare la voce grossa, come dimostrano questi dati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La presidenza Trump punta a rinegoziare il NAFTA, l'accordo di libero scambio che unisce USA, Messico e Canada. E la Casa Bianca può fare la voce grossa, come dimostrano questi dati.

Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, il peso messicano ha guadagnato quasi il 14% contro il dollaro, dopo che aveva perso il 16,5% dalla sua elezione (a sorpresa) di novembre. I primi passi della nuova amministrazione USA, però, non segnalano una distensione nei rapporti con il Messico, tanto che il primo atto è stato l’ordine esecutivo per dare il via alla costruzione del muro al confine tra i due paesi, seguito dall’ufficializzazione della rinegoziazione del NAFTA, l’accordo di libero scambio tra USA, Canada e Messico, siglato nel 1994.

L’obiettivo dichiarato del presidente Trump è di spuntare condizioni migliori con il partner del sud, al fine di riportare il lavoro nell’industria automobilistica americana, in particolare. Da qui, il diluvio di tweets intimidatori contro i piani di alcune grandi case automobilistiche con sede negli USA di investire nel Messico, seguiti da altri di lode verso realtà come Ford e FCA, che hanno annunciato piani di investimenti nel paese. (Leggi anche: Investire in Messico ai tempi di Trump?)

Rinegoziazione NAFTA materia scottante per Messico e Canada

Rinegoziare il NAFTA non sarà un’impresa semplice, ma dal punto di vista degli americani, i termini di un nuovo accordo potrebbero essere meno traumatici di quanto non impatterebbero su Messico e Canada. Vediamo perché. Nell’ultimo anno dell’era pre-NAFTA, gli scambi commerciali tra le tre economie nordamericane ammontavano a 297 miliardi di dollari, il 3,7% del loro pil complessivo. Nel 2015, risultavano saliti a 1.140 miliardi, il 5,4% del pil combinato. Parliamo di numeri apparentemente poco significativi, considerando che gli scambi interni all’Eurozona ammontano, ad esempio, a oltre il 40% del totale.

L’area NAFTA sarebbe, quindi, poco integrata commercialmente, anche se il discorso non vale per due dei tre partners, ovvero Messico e Canada. Le esportazioni degli USA verso questi paesi ammontano ad appena il 2,2% del pil americano e al 30% del totale. Ma le esportazioni messicane verso USA e Canada valgono in valore assoluto quasi 315 miliardi all’anno, pari a circa il 30% del pil e all’80% del totale. Il 75% dell’export del Messico si ha solo verso gli USA. Infine, il Canada esporta ogni anno merci e servizi per 300 miliardi verso USA e Messico, pari a quasi il 20% del suo pil e al 77% delle sue esportazioni complessive. (Leggi anche: Messico, rimesse record da immigrati negli USA)

USA molto meno dipendenti dal NAFTA

Cosa vogliamo dire con questi dati? Se da un giorno all’altro, per ipotesi assurda il NAFTA cessasse di esistere, sarebbero dolori seri per Canada e Messico, dato che le rispettive esportazioni nell’area ammontano a una percentuale elevata del pil e a oltre i tre quarti delle esportazioni totali. Gli USA, al contrario, sono molto meno dipendenti dal NAFTA, visto che questo rappresenta meno di un terzo delle sue esportazioni totali e poco più di un ventesimo del suo pil.

Certo, non significa che l’accordo di libero scambio sia insignificante per l’America di Trump. Esso ha allentato, ad esempio, la sua dipendenza energetica dall’OPEC, che nel 1994 rappresentava il 59% delle sue importazioni di greggio, mentre oggi solamente il 44%. E ciò, grazie al Canada, che ha negli USA quasi l’unico mercato di sbocco per il suo greggio.

Confermata, invece, la tendenza delle case automobilistiche a spostare la produzione dagli USA verso il Messico. Nel 1990, la quota di macchine prodotte made in USA era pari al 78% del totale nel Nord America, ma scendeva al 67% nel 2015, a tutto vantaggio del Messico, che passava nello stesso arco di tempo dal 6% al 20%, mentre il Canada limava la sua percentuale dal 16% al 13%. Per l’occupazione del settore nel Michigan ha significato la perdita di 200.000 posti di lavoro, un quarto del totale di metà anni Novanta, mentre il Canada ne avrebbe “bruciati” circa 50.000 unità, anche se il confronto con l’inizio del Millennio è impietoso: -350.000 posti di lavoro. (Leggi anche: Commercio mondiale, e se Trump ci aiutasse a correggere gli squilibri globali?)

 

 

 

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump

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