Riforme Francia: Hollande agli sgoccioli, sembrano possibili solo con Juppé

Elezioni in Francia tra un anno. Il cantiere riforme sarebbe aperto solo con Alain Juppé. I socialisti hanno mostrato i loro limiti, la destra nazionalista di Marine Le Pennon vincerà.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Elezioni in Francia tra un anno. Il cantiere riforme sarebbe aperto solo con Alain Juppé. I socialisti hanno mostrato i loro limiti, la destra nazionalista di Marine Le Pennon vincerà.

Si terranno a novembre le elezioni primarie in Francia per la scelta del candidato dei Repubblicani da schierare contro i socialisti alle presidenziali del maggio 2017. Il partito della destra gaullista e di cui è stato leader Nicolas Sarkozy potrebbe affidarsi a un vecchio leader, l’ex premier Alain Juppé, che ha guidato il governo tra i 1995 e il 1997, quando alla presidenza c’era il neo-eletto Jacques Chirac.

Amato dai centristi, Juppé sarebbe per i sondaggi il candidato più popolare a destra e avrebbe tutte le chances di vincere alle presidenziali, confidando da un lato sull’estrema debolezza di François Hollande e di qualsivoglia eventuale altro candidato della gauche, dall’altro sulla incapacità di Marine Le Pen, la leader della destra radicale del Fronte Nazionale, di conquistare la maggioranza degli elettori al secondo turno.

Elezioni Francia, Juppé presidente?

Dunque, è probabile che alla fine sarà scontro tra Juppé (se vincerà le primarie) e Le Pen e che il primo diventi presidente. Se così fosse, ci sarebbero tutte le premesse per una svolta “liberista” della Francia tanto ancorata alla sua tradizione sociale, che sempre più è diventata sinonimo di statalismo, centralismo e parassitismo statale.

Juppé si presenta alle primarie con un folto programma di riforme, a partire dalla promessa di abolire le famose 35 ore lavorative settimanali, istituite dal successore Lionel Jospin nel 1997, quando come ministro del Lavoro c’era Martine Aubry.

 

 

 

Tasse Francia, taglio promesso da candidato destra

Secondo Juppé, la settimana lavorativa entro due anni dovrebbe salire a 39 ore e in assenza di una decisione autonoma in tal senso da parte delle imprese, sarebbe una legge a imporre le nuove regole. Poiché ad oggi i lavoratori hanno potuto godere di guadagni extra per le ore svolte oltre la 35-esima ora, al fine di non intaccarne i redditi Juppé propone una detassazione, che costerebbe allo stato 2 miliardi all’anno.

Sul fronte fiscale, il piano dell’ex premier consiste in un taglio della spesa pubblica di 100 miliardi e delle tasse di 28 miliardi in 5 anni. Ciò implica che vi sarebbe l’intenzione di azzerare il deficit, in modo da adempiere alle previsioni del Fiscal Compact e di arrestare l’ascesa del debito, che in rapporto al pil è ormai a un soffio dal 100%. L’incidenza della spesa pubblica sul pil, poi, dovrebbe scendere dal 57% al 52%, pur restando ai livelli più alti tra le economie di libero mercato di tutto il pianeta.

Rischio delusione elevato

Tra le imposte, quelle sulle grandi imprese sarebbero tagliate dal 38% attuale al 30% e sulle pmi (fatturato fino a 7,6 milioni) dal 33% al 24%. La tassazione delle rendite finanziarie sarebbe a sua volta ridotta al 20%, mentre sarebbero ridotte di 10 miliardi su 30 annui le indennità familiari oggi a carico delle imprese. Tali tagli sarebbero finanziati con la riduzione del numero dei dipendenti pubblici di 250-300 mila unità, ovvero tornando ai livelli di inizio Millennio, nonché elevando l’età pensionabile da 62 a 65 anni e parificando il trattamento tra il pubblico impiego e il settore privato. Solo la riforma delle pensioni farebbe risparmiare allo stato 20 miliardi all’anno.

Meno spesa pubblica, meno tasse, tendenziale pareggio di bilancio, riforma del lavoro e delle pensioni. I propositi sembrano thatcheriani, anche se la Francia non è nuova alle delusioni. Anche Sarkozy aveva suscitato grosse speranze a destra, salvo essersi rivelato scarsamente incisivo sull’economia, forse anche a causa della concomitante crisi finanziaria esplosa nel 2008, uno anno dopo la sua elezione.

 

 

 

Crisi Francia non facile da risolvere

Non sarà facile portare avanti il nutrito programma riformista, se Juppé fosse eletto alla presidenza. Le furenti proteste di piazza di questi giorni contro la Loi Travail dimostrano che i francesi sono molto legati alla loro specificità culturale, anche se consapevoli di quanto questa nasconda tutele insostenibili e fattori di ostacolo alla produttività.

Juppé o no, la Francia dovrà decidere se vorrà restare nel club delle potenze “core” dell’Eurozona, oppure se vorrà recitare il ruolo della sposa accomodante dei tedeschi. Una cosa è certa: l’Europa non sembra intenzionata a fare ulteriori sconti a un paese così incrostato di statalismo e di impregnato di avversione alle riforme.

Riforme Francia, l’Europa inizia a innervosirsi

Oggi è andato in scena uno scontro tra il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, che ha accusato la Commissione di fare figli e figliastri sul rispetto delle regole, trattando i grandi paesi meglio di quelli più piccoli, mostrando verso i primi maggiore flessibilità. La portavoce Margaritas Schinas ha negato che sia vero, sostenendo che la Commissione si avvarrebbe solo della “discrezionalità” assegnatele, senza fare distinzioni tra i paesi membri.

Insomma, Parigi ha già tirato troppo la corda, non rispettando per quasi un decennio il tetto massimo al deficit consentito e non realizzando alcuna riforma sostanziale per giustificare un tale rinvio dei target. Per quanto abbiamo visto negli ultimi 4 anni, è probabile che serva un cambio all’Eliseo per realizzare le riforme necessarie al rilancio dell’economia.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Economia Europa, Economie Europa, Fiscal Compact, Francia