Riforma ticket sanitario insensata, così il governo giallorosso punisce i pazienti a casaccio

Costo del ticket sanitario legato al reddito, stando ai propositi di riforma del ministro Speranza. Così il governo giallorosso colpisce il ceto medio senza alcun senso e stanga i soliti noti.

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Costo del ticket sanitario legato al reddito, stando ai propositi di riforma del ministro Speranza. Così il governo giallorosso colpisce il ceto medio senza alcun senso e stanga i soliti noti.

Ticket sanitario, dal 2020 si cambia. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha annunciato nei giorni scorsi che intende, anzitutto, abolire il superticket da 10 euro, quella compartecipazione alle visite specialistiche e diagnostiche, che i pazienti in alcune regioni d’Italia pagano e che vale un gettito annuale di 490 milioni di euro. Poiché sarà difficile reperire i fondi, almeno per l’abolizione totale, ecco che lo stesso ministro ha parlato di rimodulare il ticket ordinario, secondo un principio di progressività rispetto ai redditi. Chi più ha, più paga. Stando ai rumors di questi giorni, i pazienti sopra i 36.000 euro di reddito familiare annuo dovrebbero sostenere una spesa più alta, mentre quelli fino a tale soglia verrebbero beneficiati, pagando meno.

Abolizione del Superticket sanitario: rischio stangata per il ceto medio, chi rischia di più?

Il criterio adottato a molti sembrerà equo, eppure non lo è affatto. Per prima cosa, cosa c’entra il ticket sanitario con il reddito? Già con l’Irpef, la progressività del sistema fiscale italiano viene garantita di gran lunga, se si pensa che quasi la metà dei contribuenti paghi appena il 2,6% dell’imposta e che il 12,3% (coloro che dichiarano redditi dai 35.000 euro l’anno insù) versi poco meno del 58%. A cosa serve la progressività delle imposte? A far ricadere sui contribuenti più ricchi il peso maggiore delle imposte. A dire il vero, anche con un sistema “flat”, con aliquote non progressive, i contribuenti più benestanti pagherebbero di più in valore assoluto, pur a fronte degli stessi servizi pubblici ricevuti.

E così, la costruzione e la manutenzione delle strade, il servizio scolastico, quello sanitario, la difesa, la sicurezza, l’assistenza, etc.

, già oggi ricadono perlopiù sulle spalle di una minoranza di italiani, i contribuenti con redditi più alti e che, di conseguenza, versano al fisco più Irpef, IVA, Irap, IMU, etc. Aggiungiamo, poi, che proprio per il fatto di essere più benestanti, nemmeno utilizzino spesso molti dei servizi che finanziano, optando per soluzioni private, come nel caso di scuola e sanità.

Un nuovo colpo per il ceto medio

La progressività del ticket sanitario è, dunque, una stupidaggine ideologica, anche perché già oggi le regioni esentano dal pagamento più della metà dei pazienti sulla base del reddito. In Emilia-Romagna, ad esempio, il ticket si paga solo sopra i 36.000 euro, per cui meno di un quarto dei pazienti è tenuta a sborsare. Questo dato fa emergere, quindi, l’intenzione del governo “giallorosso” di stangare ulteriormente e in misura potenzialmente molto incisiva proprio quella minoranza di pazienti già costretta oggi a sobbarcarsi per intero un costo che arriva a superare i 36 euro e che in tutto frutta alle regioni 1,6 miliardi. E in un’economia che, per sbandierata ammissione dello stesso governo, è afflitta di sommerso e dichiarazioni fiscali infedeli, una simile misura rischia di favorire i tanti furbi e di colpire chi rende al fisco l’esatto dovuto.

Superticket da 10 euro, il nuovo Patto per la Salute gli fa ciaone

Infine, non dimentichiamo qual è da sempre il fine del ticket sanitario: una compartecipazione della spesa, tesa a contenere gli sprechi, evitando che il paziente, pur “filtrato” dal medico di famiglia, richieda un numero eccessivo di visite, analisi e medicine. E l’Italia ha speso nel 2018 in farmacia più di 29 miliardi, di cui 22,4 miliardi a carico del Servizio Sanitario Nazionale, una cifra che scende pur sempre a 20,8 miliardi, al netto dei ticket pagati dai pazienti. E così, la spesa pro-capite a carico dell’SSN ammontava nel 2018 a 182,40 euro al nord, a 206,20 al centro e a 213,45 al sud + isole, suggerendo come minore il reddito, maggiori i consumi di farmaci a carico dello stato.

Incentivare l’uso di farmaci e visite mediche tra i pazienti a reddito più basso farebbe semplicemente lievitare la spesa sanitaria, senza che ciò implichi un migliore e maggiore accesso al servizio da parte delle fasce meno abbienti.

Altro servirebbe semmai per migliorare la qualità della sanità italiana, ovvero tagliare una volta per tutte le code infinite al sud per le visite coperte dal servizio sanitario, che spingono i percettori di redditi bassi o a rinunciare spesso a curarsi, con gravi conseguenze e rischi per lo stato di salute, oppure a rivolgersi alle prestazioni private, a costo di grandi sacrifici finanziari, spesso pure ricorrendo all’indebitamento. Ma il ticket già semi-gratis per la vasta maggioranza dei pazienti con tutto questo non c’entra, la riforma sarà un ennesimo dannoso balzello per la classe media, punita per il fatto di lavorare, produrre ricchezza e, quindi, di consentire allo stato di tirare la carretta.

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