Riforma pensioni, se avesse ragione la Fornero sulla flessibilità in uscita?

L'ex ministro Fornero spiega di non essere contraria alla flessibilità in uscita dal lavoro, ma non crede a nuova riforma delle pensioni

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La riforma delle pensioni secondo Elsa Fornero

La Professoressa Elsa Fornero fu ministro del Welfare tra la fine del 2011 e la primavera del 2013. Meno di un anno e mezzo in carica, eppure il suo nome da oltre un decennio è tirato in ballo quotidianamente per essere legato alla riforma delle pensioni. Il suo intervento nella sostanza alzò a 67 anni il requisito anagrafico per andare in pensione sia per uomini che per donne. Queste ultime nel settore privato accusarono il balzo più forte, dato che fino ad allora maturavano il diritto alla pensione già a 60 anni di età. Di legge Fornero si parla in queste settimane per via della scadenza di quota 102. Fino alla fine dell’anno, i lavoratori potranno andare in pensione con 64 anni di età e 38 anni di contributi. Dall’anno prossimo, salvo proroga (improbabilissima) della misura, tornerà in vigore la riforma del 2011 senza più annacquamenti, se non una serie di correttivi apportati negli anni passati, da Opzione Donna alle svariate salvaguardie.

In una serie di interviste rilasciate a stampa e TV, la Professoressa Fornero spiega di essere favorevole alla flessibilità in uscita dal lavoro. Tuttavia, spiega, essa deve essere mirata per alcune categorie specifiche, quali coloro che svolgono lavori gravosi. Per il resto della platea, ritiene che la flessibilità debba essere garantita senza gravare sulla collettività, cioè sulle finanze statali. Come? Puntando sul metodo contributivo puro. In altre parole, se vuoi uscire dal lavoro 3-4-5 anni prima dell’età ufficiale, puoi farlo a patto di vederti ricalcolato l’assegno sulla base dei soli contributi versati, così come avverrà pienamente in futuro per quanti abbiano iniziato a lavorare dopo il 1995. In fondo, è la stessa linea tracciata mesi fa dal premier Mario Draghi.

Riforma pensioni e crisi occupazione

Ma c’è un punto sul quale l’ex ministro dimostra massima lucidità di analisi, vale a dire quando spiega che l’Italia faccia di tutto per mandare in pensione i lavoratori prima, credendo che ciò crei occupazione per i giovani. Ma l’esperimento di quota 100 dimostrerebbe il contrario: erano attesi 3 posti di lavoro per ciascuno liberato, mentre ne è stato creato appena 1 ogni 3 liberati. C’è un problema di occupazione, spiega Fornero, specie al Sud e tra le donne.

E questo è il vero problema dei problemi. La politica italiana s’inventa continui ritocchi alla riforma delle pensioni come escamotage per sottrarre gli over 60 al rischio di disoccupazione perenne e per garantire ai giovani maggiori occasioni di lavoro. In realtà, il mercato del lavoro non funziona così. L’occupazione non è un dato fisso, bensì dinamico e dipendente dall’andamento dell’economia. Non è che in Italia vi sia poco lavoro perché si vada in pensione tardi. Se così fosse, dovremmo anticipare l’età pensionabile di qualche decennio e saremmo a posto. Il punto è che l’Italia produce ormai pochissimo, le imprese hanno delocalizzato altrove. Dunque, serve attirare investimenti produttivi, anziché accrescere la già foltissima platea dei pensionati, a fronte di una popolazione in età lavorativa declinante per via della denatalità.

La politica italiana propina soluzioni immediate per sottrarre i lavoratori più anziani al rischio di povertà, senza rimuoverne le cause. Salvo alla fine di ogni ciclo di sbornia affidarsi alle Fornero di turno per appaltare ai tecnici il lavoro sporco per cancellare i suoi stessi danni. E dopodiché tutto torna come prima, con offerte imperdibili di prepensionamenti per tutti. Insomma, un déjà vu. Cambiano solo i nomi dei protagonisti di questo film sconcio.

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