Riforma pensioni, ecco perché il modello tedesco può darci una mano

Il dibattito sulla riforma delle pensioni è rimasto sospeso con la guerra. Il modello tedesco sarebbe un buon compromesso tra le parti.

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Quota 41, addio

Silenzio quasi tombale sulla riforma delle pensioni. Quando mancano nove mesi alla fine di quota 102 e al conseguente ritorno alla legge Fornero in assenza di soluzioni alternative, dal panorama politico si coglie un senso di disinteresse per la materia. La guerra ucraina ha scombinato i piani dei partiti al governo, monopolizzandone l’attenzione dopo due anni passati a parlare quasi esclusivamente di pandemia.

Il sistema previdenziale italiano è molto frammentato, complicato da riassumere in poche battute. I lavoratori possono andare in pensione a 67 anni, ma possono anticipare il pensionamento a seconda della categoria di appartenenza e dei requisiti posseduti. Con quota 102, fino al 31 dicembre 2022 potranno andare in quiescenza con 64 anni di età e almeno 38 di contributi. Questa soluzione dall’anno non prossimo non sarà più disponibile. La principale forma di pensionamento anticipato resterebbe quella dei 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica.

Riforma delle pensioni sul modello tedesco

Quando si discute di riforma delle pensioni, sarebbe opportuno guardare cosa accade fuori dall’Italia e prendere i modelli migliori, chiaramente adattandoli alla nostra realtà socio-economica. Il modello tedesco appare molto interessante per la sua semplicità e per la sostenibilità garantita ai conti dello stato. In Germania si va in pensione da quest’anno a 65 anni e 11 mesi. Entro il 2031, i lavoratori tedeschi percepiranno il primo assegno gradualmente a 67 anni.

Tuttavia, anche Berlino offre un minimo di flessibilità. E’ possibile andare in pensione anche a 63 anni, purché in possesso di ben 45 anni di contributi. Il ragionamento è limpido: se hai lavorato senza interruzione dal raggiungimento alla maggiore età, puoi goderti la pensione già a 63 anni.

Un altro mondo. In Italia, 45 anni di contributi sono in possesso di una minoranza di lavoratori. Pensate ai medici, che hanno la possibilità di restare in servizio fino ai 70 anni. Non che lavoriamo meno dei tedeschi, semplicemente non sempre in regola. E sempre più spesso dilagano contratti di lavoro atipici, che non garantiscono continuità nella copertura previdenziale.

In realtà, i tedeschi possono andare in pensione a 63 anni anche senza possedere 45 anni di contributi. In quel caso, l’assegno sarà gravato da una penalizzazione dello 0,3% per ogni mese di anticipo. Ad esempio, quest’anno la decurtazione massima arriva al 10,5%. Infatti, anticipando il pensionamento a 63 anni, si percepirà l’assegno con 35 mesi di anticipo sui 65 anni e 11 mesi dell’età ufficiale. Moltiplicandoli per 0,3%, fa proprio 10,5%.

In pensione prima con assegno più basso

Come introdurre il modello tedesco alla riforma delle pensioni in Italia? Fissare 45 anni di età sarebbe una soglia eccessiva per la stragrande maggioranza dei lavoratori. La si potrebbe abbassare a 40-41 anni, meno del requisito previsto per la pensione anticipata, accoppiandola con l’età anagrafica minima dei 63-64 anni. Rispetto ad oggi, sarebbe garantita maggiore flessibilità, ma ad un costo: assegno decurtato di una percentuale legata ai mesi dell’anticipo. Nel frattempo, il resto lo farebbe l’applicazione dei coefficienti di trasformazione, che già oggi riducono l’importo dell’assegno in base all’età del pensionamento.

Ad esempio, un lavoratore che decidesse di andare in pensione a 63 anni con 41-42 anni di contributi, riceverebbe un assegno più basso del 13,5% per la sola applicazione del coefficiente di trasformazione. Aggiungendo eventualmente la penalizzazione extra sul modello tedesco (non necessariamente della stessa entità), si avrebbe un altro -14,4%. Totale: assegno del 27,9% più basso rispetto a quello percepito a 67 anni. Sarebbe obiettivamente troppo, anche se in Germania, a fronte di una penalizzazione inferiore, gli assegni medi risultano più bassi dell’Italia. A quel punto, il legislatore potrebbe scegliere di penalizzare in misura minore il pensionamento anticipato, abbassando la percentuale di decurtazione mensile, magari al di sopra di una certa età (65 anni?).

Ad ogni modo, eviteremmo l’aumento costante dell’età pensionabile con l’aggancio alla longevità media rilevata dall’ISTAT, un unicum al mondo.

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