Riforma pensioni, i 20 anni di sindacalismo che hanno scassato il sistema

Pensioni sempre più un mistero su età per uscire dal lavoro e importo degli assegni. La previdenza paga 20 anni di demagogia di sindacati e sinistra, che hanno fatto saltare il sistema e generato iniquità sociali.

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Pensioni sempre più un mistero su età per uscire dal lavoro e importo degli assegni. La previdenza paga 20 anni di demagogia di sindacati e sinistra, che hanno fatto saltare il sistema e generato iniquità sociali.

Ragioneria dello Stato preoccupata per i possibili effetti negativi sui conti pubblici del mancato adeguamento alla longevità media dell’età pensionabile. Su proposta degli ex ministri del Lavoro, Maurizio Sacconi e Cesare Damiano, il governo Gentiloni vorrebbe evitare che dal 2019 scatti l’aumento di 5 mesi per andare in pensione di vecchiaia dai 66 anni e 7 mesi a 67 anni. Il costo atteso del mancato adeguamento è stimato in 1,2 miliardi di euro, soldi che dovrebbero essere reperiti già entro quest’anno.

Dall’Inps è allarme, con il presidente Tito Boeri ad avvertire che nel caso l’età pensionabile restasse invariata tra due anni, l’importo degli assegni dovrebbe essere ridotto, altrimenti i conti dell’ente sballerebbero. (Leggi anche: Sistema pensionistico in Italia fallito, cosa ci insegna il modello cileno)

E quello dell’età pensionabile non è nemmeno l’unico aspetto a potere incidere negativamente sul bilancio dello stato. C’è anche quella che giustamente Il Sole 24 Ore definisce oggi “mina perequazione”. Di cosa parliamo? La riforma Fornero del 2011 bloccava temporaneamente la rivalutazione delle pensioni all’inflazione. Nel biennio successivo fu deciso di sbloccare gli assegni, ma solo per importi fino a 3 volte il minimo. I titolari di pensioni più generose fecero ricorso e lo vinsero, tanto che il governo Renzi si trovò costretto nel 2015 a prevedere una nuova indicizzazione al 100% dell’inflazione per gli assegni fino a 3 volte il minimo, al 40% per quelli tra 3 e 4 volte, al 20% per quelli tra 4 e 5 volte e al 10% per gli importi tra 5 e 6 volte superiori il minimo. Ma il meccanismo fu solo parzialmente retroattivo, in modo che la maggiore spesa previdenziale fosse di soli 2,8 miliardi di euro. Anche in questo caso sono stati esperiti ricorsi dinnanzi al giudice e si attende che la Corte Costituzionale si esprima in merito.

Nel caso stabilisse che il mancato adeguamento retroattivo fosse illegittimo, al Tesoro toccherebbe sborsare diversi miliardi in più.

Sistema pensionistico rigido e iniquo

Un disastro sul fronte di una previdenza, che fa acqua da tutte le parti. Il sistema pensionistico in Italia è diventato eccessivamente rigido, un incubo per i lavoratori, i quali nemmeno conoscono più bene a quale età effettivamente potranno andare in pensione tra 5, 10 o 15 anni, etc. Mancano regole certe e quelle che ci sono vengono percepite inique dallo stesso stato, come dimostra in questi anni la farsa delle cosiddette clausole di salvaguardia, nonché il problema degli “esodati”. (Leggi anche: Pensioni a 67 anni, scontro tra libertà e dirigismo)

D’altra parte, lo stesso ex premier Mario Monti ha ammesso che sulle pensioni si è dovuti andare oltre nel 2011, facendo il volto feroce per segnalare all’Europa e ai mercati di essere seriamente intenzionati a fare sul serio sui conti pubblici. Prendersela con il Prof bocconiano, tuttavia, serve solo a lavarsi la coscienza dopo decenni di lassismo volutamente perseguito a fini di lotta politica.

E proprio la sinistra, che oggi recita il ruolo di paladina della stabilità dei conti, porta responsabilità storiche molto gravi sulle pensioni. Era il 1994 e il governo Berlusconi tenta di approvare una riforma di sistema della previdenza, con l’obiettivo di ridurne l’incidenza di spesa sul pil. Si scatenano proteste di piazza, guidate dai tre grandi sindacati (Cgil, Cisl e Uil) e la stessa Lega Nord ritira il suo appoggio all’esecutivo, che cade alla fine dell’anno. Poche settimane dopo, nasce il governo Dini, sostenuto dal centro-sinistra e dalla Lega, che ha il merito storico di avere varato la più grande e strutturale riforma pensionistica dell’Occidente. Quello che poco prima non andava bene sotto Berlusconi divenne magicamente accettabile per sindacati ed ex oppositori sotto una guida tecnica.

Le riforme Berlusconi sulle pensioni

Sempre il governo Berlusconi nel 2004 persegue il contenimento della spesa previdenziale con la famosa riforma Maroni, quella che introduce il noto “scalone” per percepire l’assegno di anzianità.

Serviranno 40 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica, oppure almeno 60 anni e 35 anni di contributi dal 2008, successivamente 61 anni (o 60 anni + 36 anni di contributi) e così via. Il centro-sinistra nel 2006 fa campagna elettorale contro quella che definisce una riforma iniqua, che costringerebbe i lavoratori ad andare in pensione di anzianità con 3 anni di ritardo. Annulla parzialmente il provvedimento, quando torna al governo con Romano Prodi e il costo dell’operazione viene stimato in almeno un miliardo all’anno.

Sempre nel 2010 e a decorrere dal 2011, il governo Berlusconi approva una nuova riforma delle pensioni, introducendo il meccanismo dell’aumento dell’età pensionabile a scatti ogni 3 anni, sulla base della longevità media rilevata dall’Istat e alzando l’età pensionabile per le donne nel settore privato da 60 a 65 anni. E in piena crisi dello spread tenta di alzare progressivamente l’età pensionabile per le donne nel settore privato a 66 anni, ma spalmando l’aumento in una decina di anni. Troppo lento per la UE, che nei fatti chiederà una riforma più veloce al successore, con effetti sociali che tutti conosciamo. (Leggi anche: Pensioni anticipate, in arrivo correttivi per Ape sociale)

Troppi danni da 20 anni di demagogia sulle pensioni

Eppure, le due riforme in era Berlusconi hanno ridotto la spesa pensionistica dal 2005 al 2060 di 40 punti di pil. Numeri usciti fuori qualche giorno fa dalla Ragioneria dello Stato, non da un comunicato di Forza Italia. La riforma Fornero ha generato, risparmi, invece, per altri 20 punti di pil. Ovvero, sono state proprio le misure adottate sotto i governi di centro-destra ad avere maggiormente ridotto la spesa previdenziale nei decenni, pur essendo socialmente molto più eque e graduali di quelle varate con l’accetta a fine 2011, quando in un clima di caccia alle streghe non fu possibile alcuna reale discussione sui provvedimenti contenuti nel “decreto salva Italia”.

Chi tentennava, in quelle settimane, veniva tacciato di causare il default dell’Italia e di essere un irresponsabile. Destra e sinistra si adeguarono con pochissime eccezioni.

Sulle pensioni pesano 20 anni di demagogia politico-sindacale, specie a sinistra. Pensate se già dal 1995 avessimo innalzato per tutti l’età pensionabile a 65 anni e con il sistema contributivo, prevedendo l’uscita anticipata dal lavoro solo nei casi di possesso di 40 anni di contribuzione? La solidità del sistema previdenziale italiano sarebbe stata di gran lunga superiore a quella odierna e persino l’equità ne sarebbe risultata superiore, perché non si sarebbero fatti figli e figliastri e forse si avrebbero avuti i quattrini necessari per ipotizzare assegni più dignitosi (e finanziariamente sostenibili) per quella fascia di pensionati maggiormente in difficoltà.

La politicizzazione del dibattito sulle pensioni ha provocato troppi danni. Adesso, ci ritroviamo con un sistema iniquo per l’oggi e che tutti riconoscono sarà ancora più tale in futuro, quando le nuove generazioni saranno costrette a lasciare il lavoro più tardi, percependo un assegno più leggero, nonostante avranno versato in busta paga più contributi dei loro genitori e nonni. Complimenti ai sindacati, in particolare, che hanno riempito Piazza San Giovanni e Circo Massimo a suon di slogan rivelatisi una beffa per gli stessi partecipanti.

 

 

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