Riforma elettorale: Mattarella si appella ai partiti, che vogliono fregare gli italiani

La riforma della legge elettorale è stata invocata dal presidente Sergio Mattarella. Come mai il Quirinale si sveglia solo adesso?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La riforma della legge elettorale è stata invocata dal presidente Sergio Mattarella. Come mai il Quirinale si sveglia solo adesso?

Dopo mesi di silenzio sul tema, il presidente Sergio Mattarella è tornato ieri sulla legge elettorale, chiedendo che il Parlamento al più presto si occupi di varare una riforma, in grado di armonizzare il sistema di voto vigente alla Camera con quello del Senato, pre-condizione per la governabilità. Fino a pochi giorni fa, l’appello del capo dello stato veniva considerato poco probabile, perché il Quirinale non intende entrare a gamba tesa in un dibattito che è tipico del Parlamento, rischiando di prestarsi a opposte speculazioni. Evidentemente, qualcosa è cambiato, tanto da indurre Mattarella a chiedere a deputati e senatori di darsi una mossa per riscrivere le regole del gioco.

La tempistica dell’appello non è casuale. Tra tre giorni, il PD avrà un nuovo segretario uscito dalle primarie. Salvo improbabili sorprese, sarà ancora Matteo Renzi a vincere. Con il principale partito della maggioranza finalmente nelle condizioni di confrontarsi con gli altri (sempre che trovi la quadra al suo interno), il dibattito sulla legge elettorale potrebbe ripartire, tanto più che alle elezioni politiche mancherebbero al più tardi 10 mesi. (Leggi anche: Renzi vincerà primarie PD, ma dovrà farci dimenticare il renzismo)

Elezioni anticipate in autunno?

Considerando che tra poco inizia la stagione estiva e che subito sopo si entrerà in sessione di bilancio, con il governo Gentiloni a dovere presentare alla Commissione europea una legge di Stabilità pesante nei numeri e nella sostanza, di settimane libere per occuparsi della legge elettorale non ne resterebbero molte. Da qui, l’invito di Mattarella a fare presto.

Il presidente della Repubblica, in realtà, si prepara a uno scenario sempre più probabile, ovvero all’anticipo delle elezioni in autunno, verosimilmente tra ottobre e novembre. A volerlo sarebbe, anzitutto, Renzi, consapevole che in autunno o il governo dovrà aumentare l’IVA per almeno una parte dei 20 miliardi previsti dalle clausole di salvaguardia, oppure dovrà alzare altre imposte e tagliare la spesa pubblica, un’operazione comunque impopolare, specie perché non vi sarebbe il tempo sufficiente per farla digerire agli italiani. (Leggi anche: Elezioni anticipate, come la politica sfuggirebbe alle proprie responsabilità)

Il rischio ingovernabilità

Mattarella, che pure non sembra auspicare elezioni anticipate nemmeno di pochi mesi, inizierebbe ad avvertire la concretezza e persino forse la necessità di uno scenario simile, altrettanto consapevole che la legge di Stabilità per il 2018 rischi di portare acqua al mulino delle formazioni euro-scettiche, Movimento 5 Stelle e Lega Nord, in primis.

Non meno rischioso appare lo scenario dell’ingovernabilità, che si preannuncia ben più complicato di quello emerso dalle urne nel febbraio 2013, quando è vero che il PD non conquistò la maggioranza assoluta al Senato, ma allora bastarono i seggi della sola Forza Italia a consentire la nascita del governo Letta. Con i numeri emersi dai sondaggi, invece, nemmeno le larghe intese tra PD, Forza Italia e centristi esiterebbero una maggioranza assoluta in entrambe le Camere, mentre vi sarebbero le condizioni teoriche per un governissimo in mano agli euro-scettici (M5S, Lega e Fratelli d’Italia). (Leggi anche: Sondaggi, adesso c’è una maggioranza sovranista)

Partiti divisi, anche al loro interno

Invocata la riforma della legge elettorale, resta da vedere se i partiti in Parlamento siano in grado di vararne una. Silvio Berlusconi, tradendo un ventennio a vocazione maggioritaria, è oggi per il ripristino del sistema proporzionale, non fosse altro perché solo così ha la certezza di restare centrale anche nella prossima legislatura, nonostante il crollo verticale dei consensi accusati dal suo partito. Il PD è diviso tra i renziani, che vorrebbero un ritorno al sistema uninominale, magari anche a doppio turno, e il resto del partito ad ambire più al proporzionale, così come il nuovo soggetto di sinistra, nato dalla scissione dei democratici.

Al Movimento 5 Stelle converrebbe che la legge elettorale restasse così, in quanto i grillini sanno che qualsiasi modifica sarebbe approvata ai loro danni dagli altri partiti. La Lega Nord, infine, propende per il maggioritario, l’unico sistema di voto, che costringerebbe Berlusconi a stare insieme a Matteo Salvini, accrescendo le probabilità di quest’ultimo di affermare la sua leadership nel centro-destra. (Leggi anche: Riforma legge elettorale, alla fine si voterà con un Italicum corretto)

Il caos conviene a tutti

Numeri per approvare una legge elettorale in un senso o nell’altro non sembrano esservene. D’altronde, il caos converrebbe a tutti: al PD, per sperare di tornare al governo, nel caso non riuscisse a vincere le elezioni; al centro-destra, unito o meno che sia, per essere al centro dei colloqui sul futuro politico-istituzionale dell’Italia; all’M5S, per tenersi una via di fuga, nel caso si rendesse conto delle difficoltà nel tenersi insieme al governo e nel dare vita a una maggioranza parlamentare. Che questo non coincida con gli interessi degli italiani è tutta un’altra storia. (Leggi anche: Dopo sentenza Italicum resta rischio caos)

 

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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