Riforma Fondo salva-stati, PD e 5 Stelle portano lo scontro in Parlamento

L'accordo tra Movimento 5 Stelle e PD sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) non è stato trovato e lo scontro dentro il governo si sposterà in Parlamento, dove Giuseppe Conte rischia la Caporetto.

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L'accordo tra Movimento 5 Stelle e PD sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) non è stato trovato e lo scontro dentro il governo si sposterà in Parlamento, dove Giuseppe Conte rischia la Caporetto.

Il vertice di maggioranza e di governo di ieri sera sulla riforma del Fondo salva-stati non è andato bene. Anzi, tra i rappresentanti del Movimento 5 Stelle e quelli del PD sono volati gli stracci. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha duramente attaccato a più riprese il suo collega all’Economia, Roberto Gualtieri, quest’ultimo desideroso di ottenere un via libera immediato alla riforma, mentre il primo ha sostenuto la necessità di un rinvio in sede europea.

Poiché serve l’unanimità alla riunione dei capi di stato e di governo, convocata per il prossimo 12 dicembre, senza l’ok dell’Italia non si andrebbe da nessuna parte.

Il premier Giuseppe Conte ha tentato una difficile mediazione con la logica “del pacchetto”. In altre parole, l’Italia voterebbe a favore della riforma, a patto che i partner dell’area s’impegnino a realizzarla a fianco dell’unione bancaria, magari rinunciando a uno dei punti più contestati e temuti dal nostro Paese, cioè la previa valutazione dei titoli di stato a rischio per l’accesso all’assistenza finanziaria del fondo.

La logica del pacchetto unisce teoricamente la maggioranza, ma la divide sull’approccio. Per Conte e PD, basterebbe un impegno per avallare il placet dell’Italia, mentre i 5 Stelle ritengono che la riforma otterrebbe il via libera solo se contestualmente fosse approvata l’unione bancaria, altrimenti si dovrebbe optare per un rinvio a febbraio, quando Francia e Germania dovrebbero decidere se accettare o meno il pacchetto, rendendosi responsabili di fatto della realizzazione dell’intera riforma.

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Scontro PD-M5S si sposta in Parlamento

Una decisione definitiva, spiega una nota tardo-serale di Palazzo Chigi, verrà assunta solo dal Parlamento. L’11 dicembre, verranno messe ai voti le 11 risoluzioni sulla riforma del Fondo salva-stati. A quel punto, tutto sarebbe possibile, in assenza di un accordo nella maggioranza. Anche perché ieri sera è accaduto qualcosa di ancora più clamoroso del litigio tra PD e 5 Stelle: Italia Viva non si è presentata al vertice, mentre Matteo Renzi lamentava su La 7 che nel nostro Paese si viva in “uno stato di polizia” e che “gli italiani sono stufi dei vertici di maggioranza ogni tre giorni, se la sbrighino loro”.

Insomma, colui che rese possibile la nascita del governo Conte-bis tra il clamore generale si lava le mani e abbandona lo stesso esecutivo al suo destino, evidentemente indispettito delle indagini a carico di svariati finanziatori della sua ormai ex Fondazione Open. Il logoramento della maggioranza, oltre ad essere quotidiano, accelera ormai a ritmi preoccupanti per i dem, tra cui si diffonde la convinzione che dopo l’approvazione della manovra a fine dicembre, bisognerà staccare la spina al governo. Tornando alla riforma, non è impossibile che si verifichi in Parlamento una convergenza tra 5 Stelle e Lega (e Fratelli d’Italia) sulle mozioni, un fatto che assumerebbe, volente o nolente, un significato politico disastroso per il premier, il quale sostanzialmente non disporrebbe più nemmeno formalmente di una maggioranza.

Lo “showdown” non potrebbe avvenire su un tema migliore. Il PD sfrutterebbe il “casus belli” per dimostrare la propria vocazione europeista contro la finta conversione degli ultimi mesi dei 5 Stelle, mentre Di Maio avrebbe modo di divorziare da Conte su un tema apparentemente popolare tra i “grillini” più duri e puri, tenendosi una porta aperta a destra, nel caso di elezioni anticipate e vittoria di Matteo Salvini. Infine, la riforma in sé dimostra quanto avvenuto da sempre negli ultimi decenni, ovvero che i governi italiani approvano qualsivoglia testo in Europa per accreditarsi partner rispettabili delle principali cancellerie, indifferentemente che si faccia o meno l’interesse nazionale. Conte non fa eccezione. La sua logica del pacchetto acuisce le criticità dell’Italia sui mercati, esponendola a un doppio attacco speculativo, per via bancaria e per i titoli di stato.

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