Futuro dell’euro affidato a un ignoto ministro in Germania

La crisi politica in Germania non si sbroglia e le riforme sull'euro dipendono dall'esito delle trattative su un ministero, in particolare. Il rischio stallo è sempre più palpabile.

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La crisi politica in Germania non si sbroglia e le riforme sull'euro dipendono dall'esito delle trattative su un ministero, in particolare. Il rischio stallo è sempre più palpabile.

I colloqui tra i conservatori della cancelliera e i socialdemocratici, già partners nel governo uscente, per la formazione del quarto e quasi certamente ultimo esecutivo a guida Angela Merkel in Germania, dovrebbero partire oggi. Tuttavia, l’SPD deciderà solamente il 21 gennaio prossimo se avallare il negoziato e dovrà rivotare un’ultima volta al termine delle trattative per ratificarne o bocciarne l’esito.

E così, dopo che sono già trascorsi e mesi dalle elezioni federali, la prospettiva più credibile è che il nuovo governo non arrivi prima del marzo prossimo. Di fatto, sarà la transizione politica più lunga dal 1990, anno della riunificazione. (Leggi anche: Aiuto, la Germania sta in silenzio da troppo tempo: cosa sta studiando?)

A dire il vero, nessuno può mettere la mano sul fuoco che una terza Grosse Koalition in 12 anni nasca davvero, perché dentro il partito di Martin Schulz le resistenze sono forti e tra la base c’è sbigottimento, il timore che altri 4 anni di abbraccio con la cancelliera Merkel divengano definitivamente fatali. Timori, a dire il vero, che lo stesso Schulz condivide, ma sui quali è obbligato a sottacere su pressione del presidente Frank-Walter Steinmeier, anch’egli socialdemocratico, che ha costretto il suo partito di provenienza a trattare la nascita del nuovo governo con la CDU-CSU, dopo il naufragio del negoziato tra questi e liberali dell’FDP da una parte e Verdi dall’altra.

Poiché bisogna restare al governo per la ragion di stato, Schulz spera di potere vendere l’accordo con Frau Merkel ai suoi uomini, strappando un ministero importante, quello alle Finanze, lasciato libero da un paio di mesi dal ruvido Wolfgang Schaeuble, spostato dal suo partito alla presidenza del Bundestag. Questo ministero fa molta gola per un paio di ragioni: gestisce conti pubblici in attivo per una trentina di miliardi, per cui è nella posizione di spendere e spandere; la sua parola dentro l’Eurogruppo vale oro, specie sulle riforme dell’Eurozona, come prospettate dal presidente francese Emmanuel Macron, che chiede dal suo insediamento a Berlino di sostenere le sue proposte su bilancio comune e ministero delle Finanze unico nell’unione monetaria.

Quattro in corsa per una poltrona

Schulz sta cercando di caratterizzarsi sul tema della UE, abbracciando la volontà di Macron di costruire “gli Stati Uniti d’Europa entro il 2025” e chiedendo alla cancelliera di condividere la posizione dell’Eliseo sul riassetto dell’Eurozona. Sebbene non abbia ancora formalmente reclamato le Finanze tra i posti-chiave a cui l’SPD non rinuncerebbe per entrare nel prossimo governo, appare assodato che sia così. Tuttavia, a quella poltrona ambiscono altri pezzi da novanta della politica tedesca. Schulz dovrà vedersela con il ministro ad interim Peter Altmeier, braccio destro della Merkel, in carica da due mesi, ovvero dalle dimissioni di Schaeuble. La cancelliera segnalerebbe l’intenzione di mantenere il controllo di un posto così cruciale per la fisionomia del governo, ma se fosse indispensabile cederlo agli avversari per continuare a governo, difficilmente si tirerebbe indietro.

Ma anche il governatore bavarese e leader uscente (ha annunciato di non volersi ricandidare alla presidenza della Baviera) della CSU, partito gemello della CDU, Horst Seehofer, ambisce a diventare ministro delle Finanze, anche perché a sua volta dovrà motivare ai suoi uomini, piuttosto delusi dalla sterzata “a sinistra” della Merkel, le ragioni di una permanenza al governo con i socialdemocratici. Il suo avversario interno e papabile prossimo governatore bavarese Mark Soeder preme da destra perché i conservatori tornino a martellare sui loro temi-chiave, ovvero ordine fiscale, rigidità sull’immigrazione, minore lassismo e solidarietà tra stati nell’Eurozona.

Infine, Schulz dovrà guardarsi in casa, perché all’attuale ministro degli Esteri e già vice-premier Sigmar Gabriel, segretario dell’SPD fino a pochi mesi fa, le Finanze fanno molta gola e il ministero viene percepito quasi un risarcimento per avere rinunciato alla guida del partito in favore dell’ex presidente dell’Europarlamento, che avrebbe dovuto salvarlo dalla crisi dei consensi, mentre è finito per ottenere il peggiore risultato dal 1949. (Leggi anche: Con Merkel debole l’Europa rischia di perdere altri 4 anni)

Il clima è cambiato con le elezioni

Insomma, al momento la casella è contrassegnata da un “Mister X” su cui ogni previsione appare azzardata.

A seconda che quel posto andrà a un esponente socialdemocratico o a uno conservatore, la musica cambierà tantissimo a Parigi e Bruxelles. Le migliori soluzioni per Macron sarebbero Schulz e Gabriel, gli unici che avallerebbero il suo progetto di maggiore integrazione tra membri dell’Eurozona. Meno bene andrebbe per l’Eliseo e gli altri partners dell’area con la permanenza di Altmeier, mentre l’incubo sarebbe l’arrivo di Seehofer, che pur essendo percepito nel suo partito come appiattito sulle posizioni della Merkel, sarebbe la soluzione più di destra nell’attuale condizione politica in Germania.

Chiunque vada a ricoprire quella carica gestita con sapienza ed efficacia indiscusse da Schaeuble per otto anni dovrà fare i conti, però, con un clima interno stravolto dalle elezioni di settembre. Un quarto dei seggi è oggi occupato al Bundestag da formazioni alla destra della CDU-CSU, ovvero dai liberali europeisti della FDP e dagli euro-scettici dell’AfD. Entrambi battono i pugni contro l’ipotesi solidaristica macroniana e appoggiata dalla Commissione UE di un euro che porti a una maggiore condivisione dei rischi, siano essi sovrani che bancari. Considerando che la CSU sarebbe proprio su questa linea, ma che ad oggi abbia ceduto per disciplina di governo, possiamo immaginare quanto deboli siano le prospettive di un sostegno convinto di Berlino alle riforme dell’euro proposte dalla Francia.

Se i conservatori devono fare attenzione a non spostarsi troppo a sinistra per non lasciare praterie all’abile Christian Lindner, segretario liberale, e alla propaganda euro-scettica, l’SPD non può nemmeno permettersi di dare l’immagine di volere restare incollata alle poltrone senza strappare alcunché di concreto per la propria base, anche perché nel partito di Schulz si diffonde la convinzione crescente che la legislatura non durerà quattro anni e che si tornerà a rendere conto agli elettori prima del previsto. Su queste basi, l’ultimo governo Merkel appare improntato all’immobilismo come l’ultimo dei sette esecutivi italiani guidati da Giulio Andreotti.

Macron e le altre cancellerie dovranno attendere. (Leggi anche: L’euro resta una sfida non raccolta e le divisioni in Germania si rafforzano)

 

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