Riforma copyright, dall’Europa un attacco ai giganti della rete (americani)

La riforma del diritto d'autore divide la politica e colpisce potenzialmente le piattaforme online della Silicon Valley, veri giganti ormai privi di concorrenza nel mondo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La riforma del diritto d'autore divide la politica e colpisce potenzialmente le piattaforme online della Silicon Valley, veri giganti ormai privi di concorrenza nel mondo.

“Oggi ha vinto la cultura sui soldi”. Sono le parole espresse ieri da Mogol, da poco presidente della Siae, che ha ringraziato pubblicamente il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, per la sua battaglia in difesa del diritto d’autore o “copyright”. La plenaria di Strasburgo ha votato, dunque, la riforma che garantirà a tutti i creatori di contenuti e gli artisti maggiori tutele contro i giganti della rete. Come? Tutte le piattaforme online di condivisione dovranno remunerarli, quando pubblicano i loro contenuti, si trattasse anche solo di testo/immagine di accompagnamento (“snippet”) a un post. Resta la libertà di linkare senza essere sottoposti al copyright, così come sono esenti dalla protezione anche i testi inseriti nelle enciclopedie digitali senza scopo di lucro (Wikipedia e simili), le parodie e le piccole realtà, in modo da salvaguardare le start-up. Inoltre, l’Europarlamento ha previsto che le piattaforme debbano gestire i reclami contro l’esclusione di un contenuto non più attraverso algoritmi, ma tramite persone in carne e ossa. Infine, la remunerazione deve essere riconosciuta sia all’editore, sia al creatore materiale dei contenuti, ossia al giornalista, articolista, artista, etc.

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In sommi capi, questi i punti salienti della riforma del diritto d’autore, che ha scatenato le ire del Movimento 5 Stelle, il quale ha dichiarato con il vice-premier Luigi Di Maio che trattasi di “censura”, con riferimento all’art.13 del testo, in cui verrebbe avallato un sistema di filtraggio preventivo dei contenuti. Per i grillini, la rete deve restare libera per garantire a tutti l’esercizio della democrazia, tramite la libertà d’espressione.

Il senso della riforma

In realtà, la riforma del copyright sembra persino tardiva e l’unica domanda che sorge oggi è come mai non sia stata pensata prima. Aldilà degli intenti punitivi, che certamente avranno condizionato o originato la presentazione del testo a Strasburgo, sembra evidente a tutti, tranne forse ai 5 Stelle, che il maggiore rischio corso dalla libertà di espressione e dal pluralismo informativo consiste nella concentrazione enorme di fette di mercato in poche mani, tutte o quasi multinazionali della Silicon Valley, come Google, Facebook e YouTube. Ormai, la stragrande maggioranza dei contenuti scritti e audiovisivi nel mondo passano da loro. Lungi dall’essere piattaforme “neutrali”, esse detengono il potere enorme di decidere con un algoritmo chi possa guadagnare e chi no. In un certo senso, non ci sarebbe nulla di sbagliato, trattandosi di realtà private. Anche un negozio di scarpe può decidere chi possa fornirgli le calzature e chi no, senonché qui siamo dinnanzi a giganti con una posizione dominante sul mercato e, soprattutto, con una tendenza monopolistica, che negli anni hanno praticamente stritolato chiunque abbiano incontrato sulla loro strada.

Prendiamo uno dei settori più colpiti, quello della carta stampata. Giusto che l’informazione trovi nuovi modi per diffondersi rispetto ai decenni passati, che sia la rete e non più l’edicola il luogo di “acquisto” dei contenuti. Molto meno giusto, tuttavia, che internet sfrutti il lavoro di chi scrive, analizza, studia e pubblica senza remunerarlo adeguatamente, essendo con ogni evidenza sproporzionato il potere negoziale delle due parti. Tra un sito di notizie e Google è fin troppo chiaro a tutti chi abbia il coltello dalla parte del manico e chi debba accettare passivamente le condizioni per lavorare, finendo per adeguarsi. Ancora meno corretto è, poi, che con un semplice algoritmo i giganti della rete mutino piuttosto spesso i criteri con i quali dare risalto ai contenuti, di fatto potendo mettere in ginocchio nell’arco di una notte chi li crea, con tutto il lavoro e la dedizione dietro ad essere minacciati o anche spazzati via. Per non parlare del fatto che il copia e incolla piuttosto diffuso in rete si traduce spesso in guadagni per i “copioni” e in perdite per chi ha creato contenuti originali, magari dopo giorni o mesi di studio e analisi.

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Il rischio censura esiste, ma se non si creano regole

Ora, parliamoci chiaro, non si tratta di condurre una battaglia luddista contro i colossi su internet, anche perché sarebbe controproducente. Essi hanno garantito la nascita e lo sviluppo di una miriade di realtà, che prima dell’avvento della rete non esistevano o non potevano nemmeno esistere. Quante testate giornalistiche, ad esempio, operano oggi grazie al fatto che non abbiano dovuto sobbarcarsi i costi iniziali per mettere in piedi una struttura “fisica”? Dunque, la rete ha creato lavoro, distruggendone altro e in molti casi ha garantito maggiore democrazia non solo all’utente, bensì pure ai creatori dei contenuti e agli artisti, che hanno potuto mettersi in gioco, crescere e farsi conoscere, cosa che perlopiù non avrebbero potuto permettersi nell’era pre-internet, quando i canali di reclutamento erano relativamente pochi, concentrati in alcuni luoghi e saturi.

La riforma del copyright non è in sé un attacco ideologico alla Silicon Valley, per quanto rischi di passare (solo) per questo. Punta semmai a lasciare nei territori e in favore di chi la rete la riempie di contenuti una porzione maggiore di quegli immensi ricavi, che si traducono il più delle volte in profitti anche per il 40-45%, percentuali inusitate in altri settori. Ciò denota che queste piattaforme spendono poco, un fatto riconosciuto persino da chi certo di mercato ne capisce, come di recente lo stesso Rupert Murdoch, tycoon dell’informazione nel mondo, che ha sostenuto che realtà come Facebook saprebbero solo prendere e mai dare, finendo per frustrare e minacciare il lavoro di chi l’informazione la fa.

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Il paradosso del mondo odierno starebbe nel fatto che le “vittime” di questo abuso sarebbero state colte in gran parte dei casi da una sorte di sindrome di Stoccolma, per cui ritengono di dovere tutto proprio alle piattaforme che consentono loro di vivere del lavoro svolto. Verissimo, se non fosse che, a fronte di “peanuts”, come direbbero gli americani, questi giganti fatturano cifre sempre più simili a quelle di stati, accumulano liquidità sottopagando i fornitori di servizi e accentrano su di sé un potere di mercato così sproporzionato da eliminare ogni forma di concorrenza, minacciando non solo la libertà di espressione, bensì pure la sopravvivenza economica stessa di chi offre contenuti agli utenti. E a quel punto sì che sarebbe censura, visto che avremmo l’informazione in mano a pochi e selezionati siti.

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Argomenti: Economia Europa, Social media e internet

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