I ricchi si sono stancati di mantenere i poveri, ecco cosa spiega la crisi europea

La Catalogna in subbuglio contro il governo centrale spagnolo segnala che un po' ovunque in Europa i ricchi si siano stancati di mantenere i più poveri. E l'egoismo non c'entra.

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La Catalogna in subbuglio contro il governo centrale spagnolo segnala che un po' ovunque in Europa i ricchi si siano stancati di mantenere i più poveri. E l'egoismo non c'entra.

La Catalogna forse non otterrà mai l’indipendenza e il suo presidente Carles Puigdemont potrebbe avere commesso un errore di calcolo politico madornale celebrando un referendum incostituzionale, ottenendo come risultato l’isolamento in Europa e lo scontro frontale con il governo centrale di Madrid, che hanno già spinto una delle banche della regione, Sabadell, ad annunciare lo spostamento della sede legale in un’altra località spagnola.

E altre società dovrebbero seguire, specie se le tensioni istituzionali non si placheranno. Da parte sua, il governo Rajoy prepara misure urgenti per favorire lo spostamento della sede delle imprese dalla Catalogna, allargando da un lato il solco con Barcellona, dall’altro facendo assaporare al governo locale le conseguenze economiche nefaste del suo estremismo. (Leggi anche: Come l’Europa ha spento i sogni di indipendenza della Catalogna)

Detto ciò, i catalani avrebbero ragioni su almeno un punto, ossia quando rivendicano una maggiore autonomia fiscale. Ogni anno, si calcola, che versino allo stato centrale 10 miliardi di tasse in più di quanto ricevano in servizi e contributi. Considerando che la regione conti circa 7,5 milioni di abitanti, significa che mediamente ognuno di loro sarebbe contribuente netto verso il resto della Spagna di circa 1.300 euro. Questo, perché la Catalogna è la regione più ricca con un quinto circa dell’intero pil spagnolo, a fronte di una popolazione pari solo al 16% del totale. Al contrario, l’Andalusia, che è la regione più povera, incassa 8 miliardi all’anno di più di quanto versi, qualcosa come 950 euro per ogni suo abitante.

Numeri, che in Italia sono ben più marcati. La sola Lombardia versa ogni anno allo stato sui 55 miliardi di euro in più di quanto non riceva dallo stato centrale, per cui ogni suo residente sarebbe mediamente contribuente netto per 5.500 euro. Insieme al Veneto, la regione più ricca d’Italia indirà un referendum per ottenere maggiore autonomia fiscale il 22 ottobre prossimo. Entrambe sperano nel complesso di appropriarsi di qualcosa in più di quei 75 miliardi totali netti versati al resto d’Italia.

Tensioni anche tra stati UE

Le tensioni tra stato centrale e regioni si hanno in ogni stato, in cui esistono disparità di ricchezza (e di entrate fiscali) rilevanti e in cui l’autonomia fiscale appare relativamente bassa.

Persino la Germania, che pure è sembrata sinora un modello per le altre economie europee, mostra i suoi limiti, come le elezioni federali appena celebrate hanno segnalato con risultati del tutto diversi tra est e ovest. E queste tensioni replicano in una dimensione intra-nazionale quelle ancora più gravi che esistono da tempo tra gli stati d’Europa e membri UE.

Anche sul piano comunitario, esistono contribuenti netti (Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Olanda, etc.) e cosiddetti “recipienti” netti (Polonia, Ungheria, Romania, Grecia, Bulgaria, etc.). I primi versano a Bruxelles più di quanto incassano, i secondi prendono. E’ un’esplicita forma di redistribuzione della ricchezza tra economie ricche ed economie più arretrate, così come all’interno dei singoli stati avviene tra regioni ricche e regioni povere (ad esempio, tra Nord e Sud Italia). Senonché, questo processo è diventato politicamente insostenibile. Così come le economie ricche d’Europa vorrebbero evitare di pagare per lo sviluppo delle economie dell’Est Europa (ma negli anni Ottanta, la stessa diatriba avvenne con il Regno Unito della Signora Thatcher, contraria a finanziare “anche con un solo penny le mucche francesi”), persino la solidarietà tra connazionali starebbe venendo meno, come dimostra drammaticamente il caso spagnolo. (Leggi anche: Crisi UE, siamo il bancomat dell’Est Europa)

Serve federalismo fiscale

Ci sarebbero diversi modi per guardare al fenomeno. Uno consiste nel vedere in esso una sorta di crescente egoismo da parte di chi sta già bene nei confronti di chi è rimasto indietro. In fondo, si direbbe lo stesso anche nei riguardi di quanti in Europa non vorrebbero l’arrivo di immigrati extracomunitari, che in quanto poveri andrebbero assistiti con le proprie tasse. E così, da 30 anni dibattiamo se il Nord Italia abbia ragione a reclamare maggiore padronanza sui propri soldi o se dovrebbe capire che venendo meno la sua solidarietà verso il Meridione, crollerebbe l’intera unità nazionale, che non si reggerebbe certo solo sull’inno o sulla bandiera comuni.

Ricchi egoisti, dunque? Questa analisi conforta chi vive nelle aree economiche più depresse, o meglio, chi le amministra, spesso male. Il trasferimento di ricchezza dalle aree più ricche a quelle più povere è politicamente ammissibile e giustificabile fino a quando non si traduce in un “modus operandi” strutturale sul piano nazionale o sovranazionale. I contribuenti del Nord Italia, così come quelli della Catalogna, hanno già dato e spesso senza nemmeno assistere ad alcun beneficio per le regioni finanziariamente assistite. Vale, in particolare, per il Meridione, che a distanza di 156 anni dall’Unità d’Italia, resta un caso unico nel panorama occidentale di area depressa e incapace di agganciare anche solo alla lontana i livelli di ricchezza dell’area più ricca dello stesso stato.

Roma, Madrid, così come ogni altra capitale non possono limitarsi a prendere dai ricchi e a dare ai poveri e appellarsi alla solidarietà nazionale per trasferire risorse da chi produce a chi consuma. Hanno il dovere di responsabilizzare tutti i livelli di governo di ogni regione verso una gestione razionale delle risorse da un lato e politiche di sviluppo dall’altro. Fino a quando, però, i catalani finanziano i servizi pubblici degli andalusi, i fiamminghi quelli dei valloni e il Nord Italia quelli dei meridionali, nessuna responsabilità e oculatezza possono pretendersi da chi prende. Bisogna porre fine alla dicotomia tra chi paga e chi spende, attraverso un graduale, ma necessario processo di federalismo fiscale. Contrariamente a quanto si continui a pensare, anche il clima da guerra civile in Catalogna dimostrerebbe che l’unità nazionale (lo stesso dicasi per le relazioni intra-UE) non può reggersi su un’eterna solidarietà verso chi ha di meno. Tra il 2010 e il 2012 sono serviti circa 18 mesi in Belgio per formare un governo e anche in quel caso, alla base delle tensioni politico-istituzionali vi erano differenze tra regioni ricche (il nord fiammingo) e regioni meno ricche (la Vallonia), mascherate perlopiù da fattori linguistico-culturali.

  Serve devolvere maggiori competenze in ambito fiscale ai livelli amministrativi inferiori, di modo che ogni territorio goda dei benefici dei propri sacrifici e tocchi con mano le conseguenze negative delle proprie inefficienze, magari mandando a casa i responsabili di queste ultime. L’alternativa sarebbe assistere con sempre maggiore frequenza a tumulti simili a quelli di Barcellona. (Leggi anche: Referendum Lombardia e Veneto, questione da oltre 70 miliardi all’anno)

 

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