Rialzo tassi, shock fiscale da 20-25 miliardi per l’Italia

La fine degli stimoli monetari impatterà sui conti pubblici italiani con uno shock fiscale stimabile a regime in 20-25 miliardi di euro all'anno.

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La fine degli stimoli monetari impatterà sui conti pubblici italiani con uno shock fiscale stimabile a regime in 20-25 miliardi di euro all'anno.

Mancano tre giorni al penultimo board della BCE di quest’anno e dovrebbe essere quello della svolta. Giovedì prossimo, Francoforte dovrebbe annunciare l’avvio del “tapering” a partire dall’anno prossimo, quando verosimilmente verranno tagliati gli acquisti di assets realizzati con il “quantitative easing” dai 60 miliardi al mese attuali a non più di una quarantina di miliardi per altri sei mesi, anche se si parla dello scenario – delineato dal Financial Times – di abbassarli a soli 20 miliardi, allungando la durata del programma fino a tutto il 2018.

Il sostegno dell’istituto resta necessario, almeno secondo il suo governatore Mario Draghi, posto che l’inflazione nell’Eurozona sia ancora al di sotto del target (“di poco inferiore al 2%”). Un altro timore che serpeggia tra i funzionari della BCE riguarda lo shock fiscale che alcune economie indebitate, quali l’Italia, subirebbero con un deciso rialzo dei rendimenti sovrani, in previsione di un aumento dei tassi. (Leggi anche: Bolla finanziaria pronta a esplodere con rialzo tassi BCE)

E di ragioni per non dormire sugli allori ve ne sono. L’Italia ha chiuso il 2016 con un debito pubblico di quasi 2.218 miliardi di euro, pari al 132% del suo pil, nonché con un deficit del 2,5%. Sono gli ultimi dati della Commissione europea, forniti oggi e in linea con le attese. Sempre nel 2016, la spesa per interessi dell’Italia è scesa a 66,5 miliardi, ovvero a circa il 4% del pil e a solo il 3% dell’intero stock del debito. Rispetto al 2012, abbiamo pagato un conto meno salato di ben 17 miliardi, l’1% del pil, anche se da allora abbiamo accumulato ulteriori passività per 313 miliardi. Insomma, ci siamo indebitati di più e abbiamo pagato di meno sia in termini percentuali che assoluti. Qualcosa non quadra e non servirebbe un master in finanza pubblica per capire che è così.

Con rialzo tassi BCE, shock fiscale per l’Italia

In realtà, questo qualcosa si chiama politica monetaria accomodante. Con l’arrivo di Draghi alla guida della BCE a fine 2011, la politica rialzista sui tassi è stata seguita da un azzeramento, mentre le banche nell’Eurozona hanno goduto di liquidità a costo bassissimo prima e nullo dopo (sottozero nell’ultimo anno), come mai in precedenza nella loro storia.

E da ormai oltre due anni e mezzo, l’istituto acquista titoli di stato, insieme ad altri assets, con l’intento di iniettare liquidità sui mercati e stimolare l’inflazione, ma con il risultato immediato di avere fatto schiantare i rendimenti dei bond, scesi a livelli del tutto slegati rispetto ai fondamentali degli emittenti, ovvero gli stati.

In poche parole, l’Italia vive un’ubriacatura da stimoli monetari, che non ci porta a capire quale impatto reale avrebbe la spesa per interessi sui conti pubblici, in assenza di manovre espansive da parte della banca centrale. Consideriamo il quinquennio precedente all’avvio degli stimoli. I tassi erano più elevati di quelli odierni e quelli di riferimento della BCE erano stati alzati al 4,25% nel luglio del 2008, prima della tempesta finanziaria che avrebbe travolto le economie avanzate del mondo. In questi anni, sia prima che dopo il crac di Lehman Brothers, mediamente il debito pubblico italiano ci è costato il 4%, ovvero il rapporto tra spesa annuale per interessi e stock del debito, cioè l’1% in più di quello odierno. (Leggi anche: Rendimenti in rialzo segnalano possibili tensioni su debito pubblico)

Costo sopra i 20 miliardi per l’Italia

Supponendo che gli stimoli verranno gradualmente ritirati e che, quindi, nel tempo torneremo a condizioni monetarie molto simili a quelle pre-2012, il conto da pagare per il nostro debito pubblico lieviterebbe sui 90 miliardi per i livelli attesi a fine 2017, ossia a circa 22-23 miliardi in più rispetto a quanto versato lo scorso anno. Certo, la BCE non staccherà la spina degli stimoli in pochi mesi, né i rendimenti lieviteranno in maniera esplosiva da una seduta all’altra. Potrebbero servire anni prima di tendere a una reale normalizzazione monetaria, ma nel frattempo lieviterà lo stock di debito (tranne che immaginiamo che porteremo il bilancio in pareggio) e la spesa per interessi salirà sia in valore assoluto che in percentuale al pil.

Immaginando, ad esempio, che le condizioni monetarie restino relativamente accomodanti, pur in assenza di acquisti di bond e tenendo presente che nel 2014, anno immediatamente precedente al varo del QE, il rapporto tra spesa per interessi e debito è stato del 3,5%, dovremmo calcolare l’impatto sui conti pubblici in non meno di 10-11 miliardi a regime.

Il risanamento fiscale, già incerto pur in presenza di tassi azzerati, diverrà ancora più complicato e persino rispettare il tetto massimo del 3% per il rapporto tra deficit e pil sarà problematico. Oggi come oggi, infatti, pagando gli interessi a costi “pieni”, infrangeremmo tale soglia. E stiamo escludendo dalle nostre considerazioni il fattore “rischio sovrano” percepito, che accentua i rendimenti richiesti dal mercato, a parità di condizioni economiche e finanziarie. D’altra parte, appare impensabile che un’economia come la nostra, così indebitata, riesca a piazzare titoli a rendimenti di poco superiori al 2% per la scadenza decennale e, addirittura, negativi per quelle brevi. Il risveglio sarà amaro per il Tesoro e i contribuenti. E potrebbe già scattare da questo giovedì. Una tegola in più (e pesante) per chi guiderà il governo a Roma dopo le prossime elezioni. (Leggi anche: Austerità vera arriva con rialzo tassi)

 

 

 

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